Manovra, spunta la norma per produrre più armi
Una riformulazione all'emendamento del Governo introduce la possibilità di «realizzazione, ampiamento e conversione delle capacità industriali della difesa». Le opposizioni: «Siamo all'economia di guerra»

Nel pasticcio del maxi emendamento del Governo alla manovra, con annessa corsa alle modifiche per riparare allo scivolone sulle pensioni, spunta almeno un elemento di chiarezza, peccato sia piuttosto allarmante. Si tratta del blitz di FdI sull’articolo 60, con una riformulazione che, secondo le opposizioni, avvicina la legge di Bilancio all’economia di guerra.
Detta così potrebbe sembrare un’esagerazione, ma leggendo il testo del comma 9-bis, quello aggiunto oggi, si capisce che i timori non sono poi così infondati: «Al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi», con decreti ad hoc del ministro della Difesa di concerto con il Mit sono individuate «le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale».
Un passo deciso verso la direzione imposta da Washington per destinare il 5% del Pil degli Stati membri della Nato alla spesa militare. O almeno questo è il punto di vista del co-portavoce nazionale di Avs, Angelo Bonelli, primo a denunciare la riformulazione “incriminata”: «Mentre si continuano a tagliare risorse a pensioni, scuola, sanità e trasporto pubblico, la risposta del governo Meloni alla crisi industriale italiana, a partire da quella drammatica del settore dell’auto, non è l’innovazione, la riconversione ecologica e il lavoro di qualità, ma la conversione delle fabbriche in luoghi di produzione di armi». «È la conferma del cuore della manovra, ovvero la micidiale austerità finalizzata solo all'aumento delle spese militari – scrivono in una nota i parlamentari M5s in commissione Bilancio di Camera e Senato – . Tutto questo mentre si tagliano le pensioni, si allungano surrettiziamente i tempi di ritiro dal lavoro, si calpestano gli investimenti previdenziali dei giovani. Una deriva che va fermata».
Nel frattempo, la “saga” sulle pensioni anticipate si è arricchita di una nuova puntata, travagliata, visto che i lavori in commissione sono stati sospesi poco dopo le 18 per riprendere solo alle 21. Nel mezzo c’è stata una riunione di maggioranza per fare il punto sulla riformulazione del Governo. Da quel che si è capito finora, la stretta sul riscatto della laurea dovrebbe saltare e le risorse calcolate dalla misura dovrebbero essere recuperate da una rimodulazione dei fondi nello stato di previsione del Mef ancora da ripartire per le infrastrutture. Per quanto riguarda la finestra mobile, allargata con la prima stesura del maxi emendamento, Giancarlo Giorgetti ha liquidato tutto parlando di emendamenti da «ipotesi scolastica» e spiegando che l’intervento «può essere cambiato quando si vuole ben prima della scadenza del 2033».
In attesa dell’epilogo, resta la confusione che ha contraddistinto il percorso dell’emendamento governativo. Anche per questo Elly Schlein ha gioco facile nel constatare che sulle pensioni «la presidente del Consiglio si dimostra campionessa di incoerenza» mentre Giuseppe Conte può accusa la maggioranza di «incapacità totale».
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