sabato 27 luglio 2019
I marinai sperano però di potere attraccare presto, sono reduci da una lunga missione. Salvini potrebbe non essere in grado di tirare troppo la corda. Sommersi e salvati in Libia
I nuovi deportati. Naufraghi riportati a terra, in Libia, in attesa di essere nuovamente rinchiusi nei centri di detenzione, compreso quello bombardato poco tempo fa (Lapresse)

I nuovi deportati. Naufraghi riportati a terra, in Libia, in attesa di essere nuovamente rinchiusi nei centri di detenzione, compreso quello bombardato poco tempo fa (Lapresse)

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Uno aveva un giubbotto nero con cui sperava di proteggersi dal freddo della traversata. Gli occhi sbarrati e una mano protesa verso l’alto, quando i pescatori libici lo hanno afferrato speravano fosse ancora vivo. Anche lui è finito in un sacco nero, con gli altri sessantuno disposti pietosamente sulla spiaggia di Khoms. Il giorno dopo la strage, il Mediterraneo restituisce altri corpi. Se ne cercano almeno altri 60, tra cui donne e tanti bambini.

Mentre al largo di Lampedusa rischia di riproporsi un nuovo caso Diciotti, con 140 migranti bloccati dal Viminale su una nave della Guardia costiera italiana da cui il ministro dell’Interno non vuole per ora farli sbarcare LEGGI ANCHE QUI.

Dal comando delle Capitanerie di porto sono però ottimisti. Matteo Salvini sa che, davanti a una nuova inchiesta per sequestro di persona, difficilmente potrebbe ottenere un reiterato salvacondotto dal parlamento. La nave Gregoretti ha preso a bordo i 50 migranti che erano stati soccorsi dal peschereccio "Accursio Giarratano" e altri 91 salvati da un pattugliatore della Guardia di finanza. Entrambi gli interventi sono avvenuti in acque Sar (Ricerca e soccorso) maltesi. «Ho dato disposizione – ha informato in mattinata il ministro dell’Interno – che non venga assegnato nessun porto prima che ci sia sulla carta una redistribuzione in tutta Europa di tutti i 140 migranti a bordo».

La nave Gregoretti, però, non può aspettare a lungo. Viene da una lunga missione e necessita di rifornimenti e attività tecniche in breve tempo. Difficile, insomma, che si ripeta un lungo braccio di ferro come avvenuto un anno fa. Per il caso Diciotti dell’agosto scorso Salvini finì indagato dalla procura di Agrigento per il reato di sequestro di persona aggravato. La giunta per le immunità del Senato non concesse tuttavia il via libera a procedere nei confronti del ministro, chiesto dal Tribunale dei ministri di Catania.

Dalla Libia partono a centinaia, come mostrano alcune cifre: 269 persone catturate dalla cosiddetta Guardia costiera libica e le 143 raccolte ieri dalle autorità maltesi. Diversi altri barconi sono stati segnalati negli ultimi due giorni e di essi non si hanno notizie, mentre le previsioni meteo annunciano la fine della bonaccia e l’arrivo di una violenta perturbazione.

A Tripoli 84 superstiti sono stati deportati a Tajoura, la prigione bombardata nelle settimane scorse. La strage non ha convinto le autorità a chiudere la struttura, come aveva chiesto anche l’Onu. L’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini e i due commissari Johannes Hahn e Dimitris Avramopoulos hanno chiesto lo stop «all’attuale sistema libico di gestione della migrazione irregolare e di detenzione arbitraria di rifugiati e migranti». Parole che di fatto confermano quanto denunciano da anni cronisti e attivisti, mentre la Ue non ha mai smesso di foraggiare Tripoli. Allo stesso tempo, hanno sottolineato da Bruxelles, «nel Mediterraneo sono urgentemente necessarie soluzioni prevedibili e sostenibili per la ricerca e il salvataggio».

«Ieri mattina ci hanno chiamati per dirci che nella base militare di Khoms stavano sbarcando persone intercettate in mare. Siamo arrivati verso le 10:30. La nostra èquipe era composta da un medico, due infermieri e un autista. Sul posto c’erano circa 80 persone provenienti in gran parte dall’Eritrea, dal Sudan, dall’Egitto e dal Bangladesh. Faceva molto, molto caldo». Anne-Cecilia Kjaer, è la responsabile delle attività infermieristiche di Medici senza frontiere (Msf) in Libia. Arrivati sul posto hanno trovato i sopravvissuti «seduti all’ombra di un muro per ripararsi dal sole e praticamente non avevano vestiti. Alcuni di loro avevano indosso solo un asciugamano, altri erano in mutande. Erano sotto choc».

C’è chi ha visto morire moglie e figli, chi si è salvato e quasi non sa perché non è finito inghiottito come gli altri. Drammi che fanno levare ancora una volta la voce dell’Acnur, che chiede venga presa sul serio «l’urgenza impellente del nostro ripetuto appello ai governi europei e ad altri governi di ripristinare il soccorso in mare e contribuire ad alleviare la sofferenza delle migliaia di rifugiati e migranti coinvolti nel conflitto in Libia».

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