sabato 12 agosto 2017
A Marina di Gioiosa Jonica e a Cinquefrondi sei bare senza nome del naufragio del 18 aprile 2015 in acque internazionali tra Libia e Italia, nel quale morirono 146 migranti.
La semplice cerimonia ecumenica all'arrivo delle bare nel cimitero di Marina di Gioiosa Jonica

La semplice cerimonia ecumenica all'arrivo delle bare nel cimitero di Marina di Gioiosa Jonica

Sulle due bare di legno chiaro solo due sigle PM443 e PM469. Nessun nome, ma si sa che sono un adulto e un bambino. Sono due delle 146 vittime del famoso e drammatico naufragio di un barcone di migranti, del 18 aprile 2015. Recuperate dalla Marina Militare, su decisione della procura di Catania, dopo un difficile e commovente lavoro durato alcuni mesi. Tante vittime e i cimiteri siciliani non sono bastati. Così queste due salme, naufraghi senza un nome, sono arrivate a Marina di Gioiosa Jonica, comune della Locride che ha aderito all’appello della prefettura di Reggio Calabria. Non l’unico ad aprirsi a questa accoglienza della pietà. Altre quattro vittime sono giunte a Cinquefrondi, nella Piana di Gioia Tauro, sul versante tirrenico della provincia. Un’accoglienza da parte di amministrazioni già sensibili su questi temi e in prima fila sul fronte della legalità.
«Quando ci è arrivata la richiesta della Prefettura non abbiamo avuto dubbi nell’accoglierla – spiega il giovane sindaco Domenico Vestito –. Ci sono grosse difficoltà al cimitero ma siamo riuscito a ricavare due posti». Così giovedì pomeriggio è arrivato il furgone di una ditta di onoranze funebri di Alcamo nel Trapanese che trasportava le due bare. «Abbiamo organizzato una piccola cerimonia funebre al cimitero con un diacono e due religiosi musulmani chi si trovano a Riace. Una cerimonia ecumenica. Molto semplice, sobria, essenziale ma bella», racconta il sindaco che è stato a lungo responsabile per la pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Locri-Gerace. «Nei prossimi giorni – aggiunge il primo cittadino – ci sarà la sepoltura e metteremo una lapide in ricordo di queste due persone, sperando che un giorno qualcuno le possa venire a riconoscere, anche se so che sarà molto difficile». Ma questo gesto di pietà vuole essere solo un primo passo. «Proprio davanti a quelle due bare senza nome – ci dice ancora Vestito – ci siamo impegnati come amministrazione ad avviare al più presto un percorso di accoglienza dei vivi e non solo dei morti».
Il comune di Cinquefrondi ha già fatto questa scelta. «Abbiamo dall’anno scorso uno Sprar con quindici ospiti – ci spiega il sindaco Michele Conia –. Va tutto molto bene. Abbiamo cominciato coi piccoli numeri proprio per fare bene. Stanno seguendo la scuola, svolgono lavori. Non abbiamo voluto ammassarli. Poi piano piano vedremo se sarà possibile aumentarli però facendo in modo serio». È quindi stato normale dare la disponibilità ad accogliere quattro salme dei naufraghi. «Ho spiegato che chiunque siano sono padri, madri, figli, fratelli o sorelle di qualcuno. Almeno offriamo una sepoltura dignitosa», sottolinea il primo cittadino aggiungendo che la mattina del 17 agosto si svolgerà al cimitero una cerimonia funebre.
La vicenda del recupero delle salme è sintetizzata in una breve nota della procura di Catania inviata ai comuni. Si ricorda che il peschereccio è affondato in acque internazionali tra la Libia e l’Italia, proprio dove attualmente operano le navi delle Ong. Poi la decisione della Presidenza del Consiglio di recuperare i corpi delegando la loro identificazione ai tecnici dell’Università di Milano- Laboratorio 'Labanof', attraverso il prelievo del Dna. Per ognuno dei 146 venne redatto dalla Polizia scientifica un verbale con la descrizione del cadavere e degli effetti personali e indumenti. Conclusa questa attività il 24 ottobre 2016 viene comunicato il nulla-osta al seppellimento. Ma i cimiteri siciliani disponibili non bastano. Così si bussa alla porta di quelli calabresi. E alcuni si aprono all’accoglienza di chi non ce l’ha fatta nel viaggio verso un futuro migliore.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: