venerdì 4 settembre 2015
 Pietà popolare, stretta su inchini, porta statue e offerte. No a condannati per ’ndrangheta come padrini, madrine e testimoni di nozze, funerali «semplici».
La prassi mafiosa è sempre "atea e antievangelica". Lo ribadiscono i vescovi calabresi nel documento "Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare. Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria", presentato, ieri a Catanzaro durante i lavori della Conferenza Episcopale Calabra dal neo presidente, l’arcivescovo Vincenzo Bertolone, e dall’ex presidente, l’arcivescovo Salvatore Nunnari, insieme ai vescovi Franco Milito, Luigi Renzo e Francesco Savino moderati da don Enzo Gabrieli. Il documento fa seguito alla Nota pastorale sulla ’ndrangheta della Cec del gennaio scorso. Il testo offre indicazioni su celebrazioni liturgiche e sacramentali, devozioni popolari, padrini e madrine nei sacramenti d’iniziazione cristiana, testimoni di nozze, esequie, passando per feste popolari e processioni. La "vera" pietà popolare - dicono i vescovi - è un «prezioso tesoro» del popolo calabrese, «via privilegiata alla preghiera liturgica», mentre vanno scoraggiate «quelle manifestazioni di religiosità popolare che non comunicano autentica spiritualità, anzi rischiano di essere una controtestimonianza». Circa i padrini e le madrine, la Chiesa «esige una vita realmente cristiana, coerente con i valori evangelici», evidenziando che non possono ricoprire questo ruolo, né essere testimoni di nozze, le persone condannate in via definitiva per «reati di ’ndrangheta e affini». Le esequie di persone condannate per reati di mafia siano in forma semplice, senza segni di popolosità né commemorazioni. I presuli, in merito poi alle feste e processioni, sottolineano che «non può essere assecondato un modo personale e sentimentale di vivere la fede, basato esclusivamente su forme esteriori», e persone con pendenze giudiziarie, o condannate, non possono fare parte dei Comitati festa. Le processioni sono «tesori da custodire e valorizzare come genuina manifestazione di fede» - ribadiscono  - e vanno liberate da «incrostazioni e devianze che ne minano l’autenticità». Per questo in ogni diocesi dev’essere costituita un’apposita Commissione per «esaminare preventivamente i programmi», e i portatori delle statue siano «prevalentemente fedeli che vivono con assiduità la vita della Parrocchia e della Confraternita, di cui eventualmente si fa parte», escludendo «persone aderenti ad Associazioni condannate dalla Chiesa, o che siano sotto processo per associazione mafiosa, o che siano incorse in condanna definitiva per mafia, senza prima aver dato chiari segni pubblici di pentimento e di ravvedimento». Inoltre le statue, anche nei momenti di sosta, non devono mai "guardare" case, persone, edifici, ad eccezione di ospedali e case di cura con degenti parrocchiani; vietata pure la raccolta di offerte in denaro. «Poiché, però, una mentalità perversa non si cambia soltanto vietando o limitando, proibendo o allontanando, deviando percorsi o astenendosi dal folklore – scrivono –, occorre formare e catechizzare le coscienze». Perciò, i pastori invitano le diocesi ad «attivare, consolidare un piano di formazione sistematica» sui temi della giustizia, dell’educazione alla legalità, dell’impegno civico, della partecipazione alla ’cosa pubblica’, della custodia del creato, e a costituire, almeno a livello diocesano, uno «sportello di advocacy» nel quale «indirizzare le segnalazioni e le denunce a violazioni dei diritti, illegalità, soprusi, estorsioni». «Ogni organizzazione mafiosa – scrivono – è il rovescio di un’autentica esistenza credente e l’antitesi a una comunità cristiana ed ecclesiale».
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