giovedì 14 dicembre 2017
Il Cav: senza maggioranze resti premier. No della Lega. Il leader leghista è furioso con Fi che affossa la legge che blocca gli sconti di pena. E chiede l’"election day" per il 4 marzo
Berlusconi «apre» a Gentiloni. Lite con Salvini, tavolo in forse
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Scricchiola ogni giorno di più l’alleanza di centrodestra, anche se Silvio Berlusconi sorride di fronte a quella che per Matteo Salvini è ormai una rottura definitiva. Le divergenze tra i leader dei due partiti più grandi della coalizione data in testa ai sondaggi non si incontrano su diversi fronti. Nel giro di poche ore, ieri, il Carroccio ha sbattuto due volte la porta in faccia a Fi.

Prima sulla giustizia, e subito dopo sull’apertura dell’ex Cavaliere a una 'proroga' del governo Gentiloni, in caso le urne non consegnassero un vincitore. L’unica certezza, dunque, sembra essere la data del voto il 4 marzo, mentre l’idea di accorpare anche le amministrative per ora resta un desiderio del centrodestra (che spera in un effetto traino). Ma allo stato, da Palazzo Chigi, non si ragiona ancora su un eventuale decreto per anticipare le regionali. Insomma, con il quadro politico fluido, Berlusconi ragiona sulle variabili del dopo voto. L’idea della grande coalizione non lo convince: «Lo escludo » dice il leader azzurro alla presentazione del libro di Bruno Vespa. «La situazione in Italia è diversa da quella in Germania».

Perciò, nel caso (poco probabile, per l’ex premier) che la destra non vincesse, meglio sarebbe «continuare con questo governo e consentire un’altra campagna elettorale non brevissima, di almeno tre mesi, che possa permettere ai partiti di far conoscere agli elettori i loro programmi». Un’ipotesi che la Lega non prende neppure in considerazione: «Noi non vogliamo tradire gli elettori, basta saperlo prima. Noi mai con Gentiloni», taglia corto il vice segretario del Carroccio Giancarlo Giorgetti. E però, solo qualche ora prima, lo stesso Salvini aveva interrotto i rapporti con gli alleati di sempre. Casus belli, il rifiuto di concedere la sede deliberante (l’iter parlamentare più rapido) per la legge Molteni, che cancella lo sconto di pena per i reati gravissimi. «Sospendiamo qualsiasi tavolo e incontro con Silvio Berlusconi finché non avremo spiegazioni ufficiali sul voto contrario di Fi all’iter veloce per la legge Molteni. È una vergogna, è l’ennesimo affronto alle donne e a tutte le vittime di violenza», tuona Salvini, che trova «imbarazzante l’asse ipergarantista tra Fi e la sinistra di Grasso».

Parole di fuoco che mettono in agitazione Giorgia Meloni, pronta a chiedere un chiarimento immediato tra gli alleati. Ma che provocano una risata sorniona nel leader azzurro, per il quale sono solo «capricci di Salvini. Lui ha questo modo di conquistare gli elettori, ed è diventato protagonista della Lega portandola dal 4 al 14 per cento ». Ma, aggiunge sicuro, «non ho dubbi della possibilità di poter governare in modo serio e portare a termine la realizzazione del programma con l’accordo del segretario della Lega, della signora Meloni e della cosiddetta 'quarta gamba'». Anzi, l’ex premier dà per certa la vittoria della coalizione di centrodestra. Quanto agli avversari, «oggi il Pd grazie alle sue divisioni è senza un progetto concreto e non è considerato da noi un competitor cui opporci in maniera plateale», dice. Il Pd, però, coglie al volo l’opportunità di cavalcare la spaccatura del campo avversario.

«Anche oggi va in scena, al Senato, la fragilità dell’alleanza di centrodestra – incalza Walter Verini, capogruppo dem in commissione Giustizia – . Salvini minaccia di non sedersi più ad un tavolo con Berlusconi. Già alla Camera la riforma del procedimento penale, che impedisce a chi è condannato per gravi delitti, come il femminicidio, di accedere a sconti di pena, ha creato una guerra tra Forza Italia e la Lega. Se le danno di santa ragione». Il fatto, aggiunge, «è che quell’alleanza non è credibile e un capo redivivo non basta a tenere insieme chi non ha un progetto comune, come appunto è per il centro destra italiano».

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