L'umanità ai margini: l'America del West secondo Avedon
di Redazione
Durante i mesi primaverili ed estivi dal 1979 al 1984, il grande fotografo di moda lascia passerelle e sfilate e attraversa ventuno Stati per raccontare l'America più profonda. Frequenta i parcheggi dei camionisti, i mercati di bestiame, le fiere, i mattatoi, gli ospedali, i rodei, le miniere: 110 ritratti in mostra a Roma, a Palazzo delle esposizioni, fino al 31 gennaio

Uno dei più grandi fotografi di moda, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, si allontana da sfilate e modelle per esplorare l’America profonda. E ritrarre - con una ingombrante macchina a grande formato - un’umanità ai margini. Il risultato sono i 110 ritratti, potenti e dolenti, che Richard Avedon pubblicherà nel 1985 nel volume In the American West, 1979-1984. E proprio l’intera serie delle stampe usate per realizzare quel libro sono in mostra, per la prima volta in Italia e dopo le tappe a Parigi e Madrid, al Palazzo delle esposizioni di Roma, fino al 31 gennaio. La mostra è curata da Clément Chéroux, direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson, in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo. Le opere sono in prestito dalla Richard Avedon Foundation.
Il lavoro di Avedon, una pietra miliare nella storia del ritratto fotografico, nasce da una foto fatta nel 1978 in Montana. Il fotografo, che all’epoca lavorava per Harper’s Bazaar e Vogue fotografando anche artisti e personalità pubbliche, scatta un ritratto a Wilbur Powell, anonimo caposquadra di un ranch. L’immagine, pubblicata su Newsweek, colpisce Mitchell A. Wilder, direttore dell’Amon Carter Museum, che chiede al fotografo una serie di ritratti del West. Durante i mesi primaverili ed estivi dal 1979 al 1984 Avedon attraverserà ben ventuno Stati. Frequenta i parcheggi dei camionisti, i mercati di bestiame, le fiere, i mattatoi, gli ospedali, i rodei, le miniere e i pozzi petroliferi.
Avedon non fa reportage sociale. Non è un fotografo umanista. Usa in strada il linguaggio del ritratto di studio, scatta con una scomoda fotocamera a banco ottico Deardorff and Sons su treppiede, negativi bianco e nero da 20 x 25 centimetri. Allestisce il set all’aria aperta appendendo un rotolo di carta bianca a una parete o a un rimorchio, all'ombra, luce naturale indiretta. La macchina impone il formato verticale. Le poche foto orizzontali, di gruppo, sono un assemblaggio di più scatti. Fotograferà così oltre mille persone.







Sono ritratti di un’America lontana da New York e dalla California, persone accuratamente separate dai grandi spazi e dagli scenari cui ci ha abituati il cinema. Nell’assenza di un contesto, l’immagine su fondo bianco è tutta nelle espressioni, nelle rughe, nei capelli spettinati o cotonati, nelle cicatrici, nelle camicie da boscaiolo o da cow boy, nelle tute nere di carbone e petrolio, nelle salopette consunte dei braccianti, negli stracci luridi degli homeless. Ogni foto è accompagnata dal nome del soggetto, dalla sua occupazione, dalla data e del luogo della ripresa. Così conosciamo David Beason, spedizioniere di Denver; Jesse Kleinsasser, allevatore di maiali in una Colonia hutterita, una comunità anabattista di Harlowton, Montana; Petra Alvarado, operaia, nel giorno del suo compleanno a El Paso, Texas; Roger Tims, Jim Duncan, Leonard Markley e Don Belak, minatori di carbone a Reliance, Wyoming; Ronald Fischer, apicoltore coperto dalle sue api a Davis, California (una delle pochissime foto costruite); Boyd Fortin, tredicenne, scuoiatore di serpenti a sonagli a Sweetwater, Texas.
Avedon dà visibilità all’umanità ai margini o del tutto scartata da un modello economico e politico che, negli anni della crisi petrolifera, trasforma profondamente gli Stati Uniti. Una fase di recessione e deindustrializzazione che si ripercuote sul mondo del lavoro. Molto distante dall’immagine di prosperità e successo anni ‘80 dell’edonismo reaganiano e delle serie tv Dallas e Dynasty. «I miei soggetti, qui - dice Avedon - sono persone a cui nessuno presta attenzione. Eppure sono loro a far girare il mondo. Sono loro che fanno il lavoro». Una sensibilità sociale già mostrata nel 1971 quando era volato a a Saigon, in Vietnam, per documentare le conseguenze della guerra sui civili, con una celebre e cruda serie di ritratti delle vittime sfigurate dal napalm americano.
I ritratti di Avedon si inseriscono, in modo del tutto originale, nella grande tradizione statunitense di foto sociale. Dalla Madre Migrante, immortalata nel 1936 da Dorothea Lange per documentare la Grande Depressione, fino a The Americans, il poema per immagini del fotografo svizzero Robert Frank che nel 1955 attraversò 48 stati. Ma guardando i 110 volti dolenti ritratti da Avedon è impossibile non pensare a un altro capolavoro che, esattamente negli stessi anni, racconta gli esclusi dal Grande Sogno americano. Sono i ritratti per voce e chitarra che Bruce Springsteen immortala in Nebraska, album acustico del 1982. Quando Ronald Reagan due anni dopo in un comizio citerà, fraintendendone il significato, il successivo album Born in the U.S.A., Springsteen risponderà che «Nebraska sicuramente non è il suo album preferito, non credo l’abbia mai ascoltato».
Ciò che però distingue profondamente il lavoro di Avedon da quello degli altri fotografi è che, anche se il materiale umano è lo stesso, i suoi non sono ritratti colti con l’approccio della street photography. Persone vere, trovate in strada, ma messe posa. Ogni incontro è una miscela di realtà e artificio. «Un ritratto non è una riproduzione fedele», spiegava Avedon: «Nel momento in cui un’emozione o un fatto si trasformano in fotografia, smettono di essere tali e diventano opinioni. Non esiste inesattezza: tutte le foto sono esatte, ma nessuna è la verità».
Particolarmente interessante la sezione sul processo creativo: schizzi, appunti, stampe di prova con le indicazioni per la camera oscura, ritratti Polaroid che, senza fondale, rivelano dettagli degli ambienti: strade, muri, automobili. E poi lettere scritte ad Avedon dai personaggi ritratti. Toccante quella della madre di Richard Garber - un senzatetto che Avedon aveva fotografato e poi rifocillato e accompagnato in un centro di accoglienza - che chiede al fotografo se ha altri scatti del figlio, morto poco dopo l’incontro col grande fotografo.
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