Orari di lavoro, presenza sul territorio, stipendi: quale futuro per i medici di base?
Forte dell’accordo con le Regioni, l’esecutivo punta ad approvare subito il decreto Schillaci e a rispettare le scadenze del Pnrr. Ma la riforma proposta ha provocato la reazione compatta dei sindacati, in particolare sul nodo delle Case di comunità. I lavoratori sono pronti allo sciopero

Il testo pronto c’è, il governo è intenzionato a chiudere al più presto, soprattutto dopo aver ottenuto il via libera dalle Regioni. Quello che manca è ancora l’accordo tra le parti coinvolte. E questo non è poco. Al centro del dibattito tra Governo e sindacati di categoria è ancora il decreto legge che dovrebbe riformare l’assistenza territoriale. Presentato in bozza dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, lo scorso 23 aprile alla Conferenza delle Regioni, il testo punta a collocare i medici di famiglia nelle Case di comunità (Cdc). Ma martedì, un’ulteriore battuta d’arresto è arrivata da Massimo Fabi , coordinatore della Commissione Salute Conferenza delle Regioni, che ha annunciato di voler chiedere a Palazzo Chigi il ritiro del ddl delega “Riorganizzazione e potenziamento assistenza sanitaria” (al quale la riforma di Schillaci è collegata): «Ci saremmo aspettati un coinvolgimento differente e preventivo, non ex post, su un provvedimento che per i contenuti e i temi trattati non avrebbe meritato un percorso legislativo d’urgenza».
Uno dei noccioli essenziali che scontenta praticamente tutti i sindacati è proprio l’obbligo per medici di base e pediatri di libera scelta di svolgere almeno sei ore a settimana nelle Cdc, nell’intento di lasciare a loro la gestione dei pazienti meno gravi e alleggerire i pronto soccorso. La riforma prevede anche la possibilità per le regioni di assumere i professionisti in caso di carenze di organico e quindi l’ingresso dei medici di base nel regime di dipendenza. A sintetizzare le necessità delle regioni su questo punto è stato la scorsa settimana il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, a margine dell’inaugurazione del nuovo pronto soccorso dell’ospedale San Camillo Forlanini, a Roma: «La cosa che mi preoccupa come presidente è la possibilità di programmare. Io devo sapere quali sono le risorse che ho realmente a disposizione sul territorio per fare una programmazione corretta. Nessuno vuole mortificare o gravare il medico di medicina generale, però loro ci devono mettere in condizioni di poter rispondere anche con lo strumento della dipendenza, laddove noi abbiamo difficoltà a reperire il personale con lo strumento della convenzione».
Del resto, ha ricordato, la scadenza del 30 giugno è imminente. Ecco perché il governo punta a chiudere l’intesa entro pochi giorni, così da portare il dl in Consiglio dei ministri entro giugno ed evitare il rischio di non centrare gli obiettivi del Pnrr sulla sanità, usato per realizzare le Cdc, e dunque di perdere i fondi assegnati. «Prevediamo a strettissimo giro di raggiungere un accordo con i medici di medicina generale, in collaborazione con le Regioni», aveva dichiarato giovedì scorso il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, subito dopo il secondo incontro sul tema tenutosi al ministero della Salute, a cui hanno partecipato anche esponenti del Parlamento, della Conferenza Stato-Regioni e dei sindacati. Ma è proprio dopo questo incontro che è risaltata ancora una volta la divergenza di attese tra le due parti, con il Governo e le Regioni ottimiste da un lato e i sindacati critici dall’altro. Per Gemmato il tavolo è stato un grande passo in avanti, ma il tempo stringe e i nodi da sciogliere non sono pochi.
Per la Federazione dei medici di medicina generale, infatti, «la riunione si è conclusa ancora una volta senza una soluzione condivisa e non è ancora chiaro se l’urgenza reale sia raggiungere gli obiettivi del Pnrr legati alle Cdc o creare un canale di dipendenza per i medici di medicina generale». La Fimmg, però, aveva ribadito la «disponibilità a collaborare attraverso strumenti negoziali più rapidi ed efficaci rispetto a un percorso legislativo», ma ieri ha comunque rinnovato le critiche con un manifesto che recita: «Il 19 maggio è la Giornata mondiale del medico di famiglia. La riforma vuole fargli la festa». Permangono delle criticità – in primis il debito orario da colmare e la retribuzione legata agli obiettivi – anche secondo il Sindacato medici italiani (Smi) che, in stato di agitazione, ha indetto una manifestazione nazionale contro la riforma per il 28 maggio a Roma, davanti al ministero della Salute e ha proposto alcuni emendamenti.
In particolare, ha sottolineato la segretaria Pina Onotri, il nodo è l’orario che i medici devono svolgere nelle Cdc e la retribuzione per obiettivi. Per lo Smi la fuga dei medici di famiglia è destinata ad accelerare e il ddl Benigni (sempre sulle modifiche delle attività dei medici) e il decreto Schillaci «rischiano di rappresentare il colpo di grazia definitivo». In stato di agitazione pure la Federazione dei medici territoriali, con il suo segretario nazionale, Francesco Esposito, che ha promesso: «Come sindacati presenteremo proposte emendative, perché come abbiamo più volte ribadito alcuni aspetti della bozza di decreto sono irricevibili». Valuta invece positivamente la proposta delle Regioni della riforma del sistema formativo, con la previsione della specializzazione per i medici di famiglia. Un aspetto che vede d’accordo il sindacato autonomo dei medici Snami, che ritiene invece la specializzazione ad hoc in medicina generale, prevista nella bozza, «l’unico vero punto di convergenza», in linea con la priorità che la professione venga «riconosciuta attraverso un percorso formativo più qualificante e strutturato».
E infine c’è la posizione della Federazione Italiana Medici Pediatri, che con le parole del presidente Antonio D’Avino avvertono: «La riforma territoriale proposta dal decreto Schillaci, contrariamente a quanto asserito, rischia di tradursi per i cittadini non in un “potenziamento” dei servizi, ma in un vero e proprio esproprio della sicurezza sanitaria delle famiglie». Secondo il presidente della Fimp, le Cdc potrebbero portare infatti a «una trasformazione radicale che rischia di snaturare la medicina del territorio e il rapporto di fiducia con il proprio medico convenzionato» e il «doppio canale (convenzionamento e dipendenza)» potrebbe essere «l’anticamera della privatizzazione del Ssn, con bambini di serie A e bambini di serie B».
Tutti temi che riguardano la salute dei pazienti di ogni età, affrontati nuovamente sabato scorso dalla Fimmg in sede di Consiglio nazionale, dove è stata approvata all’unanimità una mozione durissima contro la bozza del decreto, giudicata inaccettabile sia nel metodo che nel merito, ed è stato confermato lo stato di agitazione, deliberando la convocazione permanente e avviando una mobilitazione che potrebbe arrivare fino allo sciopero. Per la Fimmg, che ieri ha rilanciato con forza il suo no alla riforma, è solo l’inizio di «una fase di escalation di proteste, che partiranno con iniziative condivise dai livelli provinciali e regionali e che si concluderanno solo con la firma dell’accordo collettivo nazionale».
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