A Trieste una sentenza mette bene in chiaro il ruolo dei medici nella sospensione delle cure

La gravità del quadro clinico aveva spinto i figli di un 84enne a chiedere l'interruzione dei trattamenti, ma i sanitari rifiutarono. Ne conseguì una condanna, ora ribaltata dalla decisione della Corte d'appello
January 13, 2026
A Trieste una sentenza mette bene in chiaro il ruolo dei medici nella sospensione delle cure
Un malato terminale in una struttura ospedaliera italiana
Nessuna violazione del diritto all’autodeterminazione del paziente. Con questa decisione la corte d’Appello di Trieste ha accolto il ricorso presentato dall’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asu Gi), ribaltando la sentenza di primo grado che aveva condannato l’Asl al risarcimento del danno, stimato in 25mila euro, riconoscendo un caso di violazione di tale diritto per un paziente anziano, la cui famiglia aveva chiesto la sospensione delle cure, non accolta dai sanitari. A ricorrere alla giustizia erano stati i due figli di Claudio de’ Manzano, 84 anni, ricoverato all’ospedale triestino di Cattinara, a ottobre 2018, a seguito di un ictus: «Allettato e in condizioni di severa disfagia e afasia globale – ricostruisce la sentenza – veniva sottoposto a idratazione e nutrizione artificiale tramite sondino naso-gastrico». La figlia, Giovanna Augusta, aveva depositato ricorso al tribunale di Trieste per essere nominata amministratrice di sostegno (Ads) e aveva chiesto la sospensione delle cure, cosa che non era avvenuta. A fine gennaio l’uomo era stato trasferito in una casa di cura, in regime privato, dove si era proceduto alla progressiva rimozione dei dispositivi di sostegno vitale, fino alla morte per arresto cardiaco a febbraio.
Secondo i giudici di secondo grado, «le perplessità dei sanitari devono ritenersi tutt'altro che pretestuose, non contenendo né il primo ricorso né la nomina dell'Ads alcuna ricostruzione circa l'effettiva volontà dal paziente ed essendo la decisione di sospensione delle terapie all'evidenza irreversibile; ciò ancor più in quanto il decreto di nomina dell’Ads non faceva espresso riferimento alla sospensione della nutrizione e idratazione, che avrebbe portato alla morte del paziente nel giro di qualche giorno». Oltre alla restituzione del risarcimento, la Corte ha condannato i figli a pagare le spese processuali sostenute da Asu Gi. «Preso atto della motivazione addotta dalla corte d’Appello, non posso che riservarmi di formalizzare nei termini a ciò concessi il ricorso alla Corte di Legittimità», ha affermato la legale dei figli, avvocata Silvia Piemontesi. «La battaglia giudiziaria – ha aggiunto Giovanna Augusta de’ Manzano – è motivata dalla volontà di tutelare tutte quelle persone che oggi o domani si troveranno nella condizione di sofferenza e di violazione dei diritti in cui si è trovato mio padre». Secondo la famiglia, la volontà del paziente di non proseguire trattamenti sanitari, era stata più volte espressa. Una posizione evidentemente non esaustiva né per l’Azienda sanitaria triestina né per i giudici di secondo grado, risollevando la delicata questione della volontà “delegata” del paziente.

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