Il tempo e la luce, così Elio Ciol scandisce la vita con la fotografia
Gli scatti del fotografo "contadino" di Casarsa al Museo diocesano di Milano fino al 15 febbraio. I doni delle sue immagini: dai bambini agli anziani, dal lavoro ai paesaggi. E poi gli amici: Pasolini, padre Turoldo e don Giussani

«Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo», insegna il Libro del Qoèlet. «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire. (…) Un tempo per piangere e un tempo per ridere. (…) Un tempo per cercare e un tempo per perdere, (…) Un tempo per amare e un tempo per odiare. (…) Un tempo per la guerra e un tempo per la pace». Tanti tempi nel corso di una vita. Poi – come si legge nella prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi - «il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro, poiché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno». Lo sa bene Elio Ciol, fotografo di Casarsa (come Pasolini), che ha saputo scandire tutto il suo percorso di vita e artistico in questo dialogo straordinario del tempo con la luce. A leggerne tutti i momenti, suoi e degli altri, tanti, che ha incontrato e continua a incontrare nel suo lungo cammino. «A 96 anni - dice il (grande) fotografo “contadino”, come lo definisce Michele Smargiassi, per il suo «saper coltivare qualcosa che nasce, cresce e dà frutti» - mi trovo a constatare che nella mia attività di fotografo ho ricevuto una notevole quantità di doni, di realtà che si sono presentate ai miei occhi e che fortunatamente, grazie al mio mestiere, ho potuto fissare in immagini per conservare nel tempo la bellezza e l’armonia che mi si sono palesate davanti».
Al Museo diocesano Carlo Maria Martini di Milano, è possibile viaggiare fra le immagini, nei tempi e con la luce di Elio Ciol, fra “Sguardi e silenzi”, nella prima grande esposizione milanese che gli viene dedicata, aperta fino al 15 febbraio, curata da Stefano Ciol, con circa cento scatti che attraversano una ricerca durata oltre settantacinque anni.Ed ecco scorrere fra le sale il tempo della crescita, dei bambini, del loro stupore e della meraviglia; il tempo della vita quotidiana, del lavoro, del dolore; il tempo delle amicizie, della fede, della contemplazione. Un tempo plurale che la fotografia non congela ma rende leggibile, come se ogni immagine fosse una sillaba di un racconto più grande.
Il percorso è suddiviso in undici sezioni tematiche, che non seguono una semplice cronologia ma una sorta di geografia interiore, un itinerario spirituale e umano. Si parte dalle fotografie del periodo del Neorealismo, nelle quali Ciol entra in rapporto con la vita quotidiana, con il mondo del lavoro, con i bambini, con i volti degli anziani, sempre indagati con delicatezza e rispetto. Un capitolo a sé è la tragica vicenda del Vajont (così evocata in questi giorni guardando le immagini di Niscemi), nella quale l’empatia e la compartecipazione del fotografo permettono di far emergere un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica.






«Elio Ciol è un fotografo straordinario – dice il direttore del museo, Nadia Righi –. A 96 anni ha mantenuto ancora la stessa capacità di stupirsi. Guarda al mondo come un dono, con un senso di meraviglia che trasmette a chiunque guardi le sue fotografie. Sia che si occupi di bambini o di anziani o di uomini al lavoro, sia che si occupi di paesaggi riesce sempre a farci cogliere la realtà come segno di altro, come il segno di un mistero che la abita e che rende tutto un dono speciale per ciascuno di noi».
Punto di partenza per comprendere la poetica di Elio Ciol sono i luoghi della sua infanzia, l’entroterra friulano, che impregna la sua cultura visiva fin dalle prime opere e che tornerà sempre nel tempo. La sua storia si intreccia con l’evolversi della sua ricerca artistica, come si vede nelle sezioni dedicate all’amicizia con alcuni personaggi molto noti, da Pier Paolo Pasolini (è di Ciol uno dei ritratti più famosi dello scrittore) a padre David Maria Turoldo che ha seguito per il film “Gli ultimi”, dal pittore William Congdon, del quale realizza intensi ritratti cogliendo l’essenza del suo lavoro creativo, fino a don Luigi Giussani, che conosce durante il suo soggiorno milanese, con i ragazzi di Gioventù Studentesca. Una sezione è dedicata ad Assisi, dove Ciol si ferma a lungo per fotografare l’arte sacra e dove rimane affascinato dallo spirito del luogo e dall’inscindibile identità di arte, uomo, natura sulle orme di san Francesco. Il percorso si chiude con una sezione dedicata ai paesaggi, che nel tempo Ciol impara non solo a guardare ma a contemplare con meraviglia e gratitudine: «Il paesaggio per me è un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io». Il compito del fotografo diventa allora quello di decifrare i caratteri segreti contenuti in quei luoghi, intrisi di luce e segni del Mistero che li abita.

Tante le foto e gli sguardi che colpiscono e che dimostrano una capacità semplice e straordinaria insieme, di cogliere attimi di vita reale e di proiettarli in una dimensione alta. Quasi celeste. Ne racconta una in particolare Smargiassi nel testo in catalogo, edito da Dario Cimorelli. È una signora anziana ln attesa nella chiesa di San Giovanni di Casarsa, 1959. «Si gira di scatto. È sorpresa. È adesso, dunque, il momento? Così presto? Non se l’aspettava. Era preparata a una lunga attesa. Si era sfilata anche le ciabatte. Ha il velo in testa, rispetta la casa del Signore, ma la sente un po’ anche casa sua». È seduta su un banco in legno intarsiato con il rosario che pende dalla mano sinistra e il capo fasciato. «Pensava arrivasse da dove sapeva che era, nel tabernacolo del Santissimo, sull’altare maggiore. Poi d’un tratto la luce da dietro le spalle. Forte, perfino fastidiosa. Cosa succede? Chi sta entrando?». Ecco, l’anziana signora è sorpresa dalla luce in quel momento. Sembra una «parabola evangelica», ma «questa è una fotografia». «Non è sola nella chiesa parrocchiale. C’è Elio Ciol, seduto in una panca uguale a quella, nella fila di fianco della navata. Non lo vediamo perché stiamo guardando attraverso i suoi occhi. Anche lui ha aspettato con pazienza che accadesse qualcosa, non sapendo cosa, non sapendo quando. Questo fanno i fotografi. Aspettano l’inaspettato». Nel dialogo fra il tempo e la luce.
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