Il problema delle città italiane è che i giovani non vogliono viverci

Per 9 laureati che si trasferiscono all'estero, solo uno straniero qualificato viene nel nostro Paese. Per Lombardini22, il motivo ha a che fare con salari, affitti e cultura
March 18, 2026
Il problema delle città italiane è che i giovani non vogliono viverci
Una studentessa studia all'aperto a Torino / ANSA
«Dopo i sei mesi che ho trascorso a Düsseldorf, non avrei mai pensato che potesse essere più difficile trovare un affitto in un’altra città europea. Ma poi mi sono trasferito per studio a Milano e mi sono ricreduto: cercare un appartamento a prezzi accessibili in Italia è stato snervante». A parlare è Lukas, studente tedesco di Düsseldorf, che in un resoconto redatto per l’Università della sua città rivela i dettagli dei suoi sei mesi a Milano. Per lo studente, l’idea di trasferirsi a vivere in Italia è ostacolata prima di tutto dall’accesso alla casa: gli alloggi universitari sono pochi e il mercato degli affitti ha costi troppo elevati per le sue tasche. «Le stanze condivise a Milano non solo sono rare – commenta –, ma anche incredibilmente costose». Come lui, centinaia di altri giovani stranieri affidano ogni anno ai report universitari le loro impressioni sul nostro Paese. A leggerli, l’impressione è chiara: quasi nessuno prende davvero in considerazione l’idea di trasferirsi in Italia per lavoro o per completare gli studi. «Milano è nota per gli affitti alti – commenta Matthias, studente berlinese che vive in Italia –. La ricerca di una casa è una sfida ardua». In altre parole, le città universitarie italiane non sono ancora abbastanza attrattive per i giovani europei. Ma non è solo una questione di affitto: «I motivi sono molti. Nelle nostre città si fatica a mettere insieme tutti gli elementi per avere un “pacchetto di vita” soddisfacente. Mi riferisco a un’offerta scolastica internazionale, sociosanitaria e culturale adeguata. E, prima di tutto, ai salari». A parlare è Marco Marcatili, direttore del gruppo Lombardini22, che in una recente indagine ha tentato di misurare l’attrattività delle città italiane.
Il risultato? Le regioni a maggior saldo migratorio positivo interno – quelle, cioè, che attirano più giovani da altre regioni italiane, prevalentemente lungo l’asse Sud-Nord – sono le stesse che presentano anche un maggior saldo negativo verso l’esterno. Ovvero Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. In generale, il rapporto tra emigrazione e immigrazione di giovani qualificati, ovvero persone in possesso di una laurea o di un altro titolo terziario, in Italia è pari a 1 a 9: per nove giovani italiani laureati che si trasferiscono all’estero, solo un giovane straniero qualificato si sposta in Italia. Tradotto: se guardiamo alla popolazione che ha ricevuto una formazione elevata, l’Italia è ancora un Paese di emigrati. Il saldo estero negativo degli ultimi dieci anni ammonta a quasi 170mila laureati. Che, secondo le stime di Lombardini22, si traducono in una perdita complessiva di circa 160 miliardi di euro di capitale umano emigrato.
In questo contesto, uno dei primi obiettivi delle città italiane è convincere i fuorisede a rientrare. «Ma i nostri centri urbani faticano a essere attrattivi per i ragazzi che hanno fatto un’esperienza all’estero – continua Marcatili –. Spesso, attorno ai 35 anni, vorrebbero tornare perché hanno un attaccamento familiare al nostro Paese, ma in Italia trovano ancora un divario troppo alto sulla qualità della vita e sui pacchetti aziendali rispetto ad altri Paesi europei». La prima grande differenza è, naturalmente, il salario. Il divario di stipendio tra un laureato che vive a Roma e un collega che abita a Berlino, Londra o Parigi raggiunge il 100% del reddito. E non va meglio incrociando i redditi con i costi abitativi: a Roma e Milano l’affitto mediamente costa dal 65% al 72% dello stipendio. Percentuali simili si trovano anche a Dublino, Londra e Madrid che infatti, come si legge nel report di Lombardini22, attraggono «con meno forza» di altre città.
L’Italia, però, non è la stessa ovunque. «In una parte del Paese le fortissime pressioni abitative hanno incrinato il rapporto tra costi abitativi e retribuzioni – spiegano gli autori dell’indagine –. In un’altra, all’opposto, il prezzo delle case al metro quadro è stagnante o addirittura calante». È l’Italia dei Comuni, circa cento, con una popolazione compresa tra venti e 100mila abitanti. L’Italia che va spopolandosi. Eppure, in tutta Europa sono proprio i centri “fuori dai radar” ad attrarre la maggior parte dei giovani qualificati: Leeds, Rotterdam, Colonia e Stoccarda. «È la rivincita delle cosiddette “seconde città” europee, sintetizza Lombardini22. Non si tratta né di metropoli, né di borghi da ripopolare. Ma di città in cui «i giovani percepiscono di vivere più volentieri che nei grandi centri. Penso a Udine, Trento, Parma o Modena – conclude Marcatili – . Sono centri potenzialmente interessanti per i giovani nella fascia tra i 20 e i 35 anni, ma che ancora non hanno trovato un equilibrio tra offerta lavorativa, culturale e sociosanitaria. È un orizzonte nuovo su cui dobbiamo lavorare nei prossimi anni».

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