La 'ndrangheta ha trasformato il matrimonio in strumento di potere

Una ricerca dell'Università Bicocca di Milano svela i meccanismi che cementano le alleanze tra i clan con le spose "assegnate" a tavolino. Un punto di forza ma anche di debolezza
May 7, 2026
La 'ndrangheta ha trasformato il matrimonio in strumento di potere
Una manifestazione studentesca contro la 'ndrangheta
I matrimoni tra membri dei clan sono il cemento della ‘ndrangheta, ma possono rivelarsi anche il suo punto debole. Un tallone d’Achille messo in luce da una ricerca dell’Università Bicocca di Milano, “Marrying for Power: Gendered Alliances in Mafias”, svolta dai professori Maurizio Catino, Alberto Aziani e dalla dottoressa Sara Rocchi del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale, appena pubblicato sulla rivista open access internazionale Plos One. 
Il matrimonio tra clan svolge molteplici funzioni: consolida alleanze, risolve conflitti, apre opportunità di business, rafforza il controllo territoriale. Genera fiducia e cooperazione in un ambiente dove non esistono contratti legalmente esigibili né istituzioni terze a cui ricorrere. Analizzando 770 alleanze interfamiliari formate da 906 matrimoni tra membri di 623 ‘ndrine, gli studiosi hanno evidenziato come la “tradizione” di decidere a tavolino chi "concedere" in sposa sia peraltro in vigore più nei clan meno potenti che in quelli centrali. Il team di ricerca ha osservato che le famiglie egemoni godono di alleanze matrimoniali molteplici e sovrapposte, per cui l'interruzione di qualche legame non sconvolge l'intera rete. Se salta un “ponte”, ce ne sono tanti altri.
Al contrario, i matrimoni tra famiglie meno influenti si rivelano fondamentali per allacciare o rinsaldare rapporti. Ecco perché la loro interruzione può compromettere la coesione e l'integrità dell'intera rete della ‘ndrangheta più rapidamente. Una struttura a strati, in cui quelli esterni sono anche i più fragili e i più attaccabili dalle indagini e dall’intervento di contrasto delle forze dell’ordine. "La nostra ricerca dimostra che i matrimoni all'interno della ‘ndrangheta rappresentano una sofisticata tecnologia organizzativa – spiegano i ricercatori -. Mentre le famiglie d'élite occupano posizioni centrali, la rete di alleanze tra ‘ndrine più piccole e periferiche fornisce legami portanti cruciali che aiutano l'intera rete criminale a rimanere coesa".
Dall’analisi dei matrimoni emerge anche una sorta di “punto ottimale”: i clan più centrali e influenti sono quelli che mantengono un equilibrio moderato tra donne “date” e donne “ricevute” nelle unioni combinate. I gruppi che ricevono circa il 55-60% delle spose risultano i più forti nella rete. Al contrario, i clan che si limitano quasi esclusivamente a dare o a ricevere donne tendono a occupare posizioni periferiche. Lo "scambio", insomma, come riconoscimento reciproco di status. Viceversa, si scivola nella sudditanza.
«La dipendenza della 'Ndrangheta dai legami di sangue la rende incredibilmente resiliente. - dichiara Maurizio Catino - Ha il minor numero di collaboratori con la giustizia tra le mafie italiane perché la collaborazione con le forze dell'ordine implica la recisione dei legami non solo con un gruppo criminale, ma anche con i propri genitori, fratelli e figli».
Collaborare con le forze dell’ordine significa allontanarsi non solo dall’organizzazione, ma anche con dalla propria famiglia. Il costo umano di una scelta del genere emerge chiaramente nel caso di Emanuele Mancuso, esponente di una potente famiglia di ’Ndrangheta. Per impedirgli di collaborare con la giustizia, sia la madre sia la compagna usarono l’affetto per il figlio neonato come leva emotiva, mentre una zia cercò di fare pressione psicologica tirando in ballo i genitori: “Dai, tuo padre e tua madre sono la tua famiglia... come sta tua madre? Sta male! Sa che non ha più un figlio, secondo te come si sente?”.
Le donne non sono insomma solo soggetti passivi, anzi: custodiscono valori come omertà e senso di appartenenza familiare, contribuendo alla continuità generazionale dell’organizzazione. «Il ruolo strumentale delle donne riflette un'organizzazione plasmata da potenti tradizioni patriarcali, dove i matrimoni funzionano come strumenti per sigillare alleanze ed espandere il controllo. - aggiunge Alberto Aziani - Questi legami preservano i valori dell'organizzazione attraverso le generazioni, trasmettendo norme culturali come la lealtà, il silenzio (omertà) e l'onore». Ma l'uso della parentela come strumento di dominio non è certo un’esclusiva della 'Ndrangheta. Anche in contesti perfettamente legali il legame di sangue si rivela garanzia di continuità. «Non è un fenomeno isolato - osserva Sara Rocchi - Anche all'interno delle moderne élite imprenditoriali e delle comunità sociali "chiuse", il matrimonio rimane una risorsa strategicamente preziosa, utilizzata per ridurre i costi di transazione e accumulare capitale sociale all'interno di una comunità di interessi». Finalità che nel caso della ‘ndrangheta si traduce soprattutto nel controllo e nello sfruttamento del business principale: la leadership globale del commercio di droga, cocaina in particolare. Un caso emblematico fu quello di Giulia Immacolata, nata nella famiglia di ’Ndrangheta dei Coluccio. Nel 2014, ad appena tredici anni, fu costretta dai genitori a fidanzarsi con Cosimo Commisso, nipote del potente boss Vincenzo Macrì, per consentire alla sua famiglia di accedere agli affari di narcotraffico dei Commisso. Un modello patriarcale che resiste anche al mutare dei tempi, e che continua a rendere la ‘ndrangheta la più impermeabile delle organizzazioni criminali.

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