Quegli studenti “salvati” dagli Assistenti all'autonomia: «Senza di loro avrei lasciato gli studi»
In migliaia hanno bisogno degli assistenti alla comunicazione, che sono carenti in tutta Italia. La madre: «Mia figlia autistica rischia crisi irreversibili, ma è ancora un servizio a singhiozzo»

Quando per la prima volta entra in classe di Sara, a Caserta, l’Assistente all’autonomia e alla comunicazione (Asacom) viene presentato come «il tappabuchi del docente di sostegno». L’insegnante in cattedra, in effetti, copre solo 25 delle 30 ore settimanali di lezione in cui la tredicenne, autistica, ha bisogno di assistenza. L’assistente, perciò, la aiuta nelle cinque che restano. «Sara negli anni ha imparato a esprimere a parole solo le sue esigenze più impellenti, come la sete e la fame. Senza qualcuno che la indirizzi a prendere un quaderno o a fare un disegno, lei attende immobile». A spiegarlo è la madre, Chiara Spennagallo, che per anni ha lottato invano per affidare la figlia all’assistenza di un Asacom. Alla primaria, non ha mai ottenuto il tempo pieno. Alla secondaria di primo grado, i professionisti sono arrivati «a singhiozzo». «In dieci anni è sempre stato un servizio a intermittenza – continua Spennagallo –. Prima due mesi, poi tre mesi. Mi ricordo un solo anno in cui la copertura è stata totale». La svolta è arrivata solo in seguito alla vittoria di un ricorso al Tar e alla sentenza di risarcimento per la mancata erogazione del servizio da parte del Comune. Solo nel 2025, perciò, l’Asacom è arrivato in classe in pianta stabile.
Quello della famiglia di Sara non è un caso isolato in Italia. Migliaia di studenti con disabilità hanno bisogno di assistenza per essere autonomi e comunicare con compagni e docenti. Ma gli educatori sono carenti e difficilmente riescono a coprire tutte le ore di lezione: l’Asacom, infatti, non è un docente che “tappa” le assenze degli insegnanti di sostegno, ma è a tutti gli effetti un “facilitatore” per la vita in classe di molti alunni con disabilità. E, per questo, la sua non può essere una presenza “a ore”. Il motivo ha a che fare con il grado di autonomia dell’alunno. «Un docente di sostegno – spiega Spennagallo – lavora con i propri studenti da un punto di vista didattico. Ma, nel momento in cui mia figlia ha bisogno di manifestare un proprio bisogno, le serve l’assistente alla comunicazione». Sara, ad esempio, non è in grado di spiegare a parole la sua necessità di silenzio. Ma non per questo si tratta di una richiesta meno impellente per la propria salute. «Sovrapposizioni di suoni alti, odori e colori la mandano in sovraccarico – spiega la madre –. Lei lancia molti segnali ma, se non sono colti in tempo, entra in una crisi autistica dalla quale non c’è ritorno». E a scuola, quando l’Asacom era assente o impreparato, è capitato tantissime volte. «La crisi di Sara si manifesta con urla incontenibili, morsi e violenza rivolta verso se stessa, più che contro i compagni – continua la madre –. Quando è in pieno meltdown (termine tecnico per le crisi autistiche, ndr), Sara ha bisogno di spazio, perché sente la necessità di sbattere contro le pareti. È così che scarica il sovraccarico sensoriale accumulato». Per evitare queste manifestazioni, serve l’assistenza continua di educatori formati. «È successo anche che un insegnante unisse la classe di Sara con quella di un altro ragazzo autistico, in uno spazio molto angusto – racconta Spennagallo –. In un attimo, si sono innervositi e sovraccaricati entrambi, andando in meltdown. Ma era una crisi del tutto evitabile».
Di fatto, in classe l’Asacom è “un po’ docente e un po’ psicologo”. Così almeno interpreta il suo ruolo Virginia Ganzerli, che da dodici anni lavora come assistente all’autonomia e alla comunicazione nei licei. «La prima difficoltà, per questi ragazzi, è l’inclusione nel gruppo classe. Molti sviluppano personalità più fragili e faticano ad accettare la propria disabilità». Per aiutarli a superare questi ostacoli, perciò, non sono sufficienti cinque ore alla settimana, ma serve supporto dentro e fuori dalle lezioni: «A volte li aiuto anche a prendere appunti, e in quel caso il mio ruolo scivola nel sostegno alla didattica – commenta Ganzerli –. Per chi è sordo, ad esempio, seguire l’insegnante e scrivere allo stesso tempo è impossibile. Li aiutiamo anche in questo».
Maria Grazia Cerroni soffre di ipoacusia neurosensoriale bilaterale ed è stata una delle studentesse assistite da Virginia Ganzerli negli anni delle superiori. «Alle medie non mi ero mai trovata bene con gli insegnanti di sostegno. Finiva sempre che facevo tutto da sola – ricorda con commozione –. Ma alle superiori ho sviluppato un rapporto molto diverso con Virginia. Con lei potevo essere me stessa e non temevo di sbagliare, per il mio udito, come capita con i docenti. È grazie alla sua assistenza che ho imparato a costruirmi le mappe concettuali da sola e ad accettarmi». Oggi Cerroni ha 23 anni e studia Comunicazione multimediale all’università, ma anche il suo percorso accademico è una eredità di quegli anni di formazione: «Non credevo in me stessa, a causa della mia sordità – conclude –. Ma grazie all’aiuto dell’Asacom sono riuscita a toccare con mano che non sono incapace e che posso percorrere la mia strada da sola».
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