Chi sono i nuovi Assistenti per l'autonomia e perché la scuola ne sta discutendo

Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat sono circa 80mila le figure professionali attualmente nelle classi a supporto degli studenti con disabilità. La Federazione italiana per il superamento dell'handicap (Fish) chiede dei rivedere la legge in discussione in Parlamento
May 7, 2026
Un assistente per l'autonomia a scuola
Un assistente per l'autonomia a scuola
Sta sollevando non poche perplessità, la riforma della legge 66 del 2017 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, approvata dal Senato il 28 gennaio e ora in discussione alla Camera. La principale innovazione della proposta di legge riguarda l’istituzione della figura professionale dell’Assistente per l’autonomia e la comunicazione (Asacom), per altro già prevista dalla legge 104 del 1992. Ma proprio la mancanza di un profilo professionale specifico, ha fatto sì che queste figure, gestite dagli Enti locali, finissero per occupare spesso uno spazio residuale all’interno delle classi, con evidenti disparità territoriali, come documentato dall’Istat nel suo Rapporto annuale sull’inclusione scolastica. Nell’anno scolastico 2023-2024, certifica l’Istituto di statistica, gli Asacom – che affiancano gli insegnanti per il sostegno - erano circa 80mila (+18% rispetto all’anno precedente) e di questi il 4,2% conosce la Lingua italiana dei segni. In media, a livello nazionale si registrano quattro alunni per assistente, ma nel Nord e nel Mezzogiorno, il rapporto sale a 4,3 e a 4,2. In Campania, però, il rapporto arriva a 7,5 alunni con disabilità per ciascun assistente. Il territorio con il rapporto migliore è il Centro, con 3,3 alunni per assistente. Anche sul versante delle ore di assistenza cui gli alunni disabili avrebbero diritto, ci sono differenze territoriali. A livello nazionale, le ore settimanali medie sono 9,6 per alunni disabile e nei casi più gravi salgono a 11,5. «Le differenze territoriali - si legge nel Rapporto Istat – si riscontrano soprattutto in relazione agli alunni con maggiori limitazioni, che nelle scuole del Nord e del Centro ricevono rispettivamente 1,6 e 1,5 ore settimanali in più rispetto agli alunni del Mezzogiorno». E ancora: oltre 15mila studenti (il 4,2% degli alunni con disabilità) avrebbero bisogno del supporto di un assistente all’autonomia e alla comunicazione, ma non ne usufruiscono. Nelle regioni del Sud, la quota di alunni che avrebbero diritto all’assistente ma non ce l’hanno, sale al 5,4%. «Tale carenza spesso viene colmata con un aumento delle ore di sostegno, anche se le due figure professionali sono complementari e non sostitutive», ricorda l’Istat. Infine, una quota residuale, ma non trascurabile, di alunni con disabilità (1,3%, quasi 5mila studenti) avrebbe inoltre bisogno di un assistente igienico personale. Questa percentuale aumenta nelle regioni del Mezzogiorno attestandosi all’1,7%. «Nel complesso - conclude l’Istat - sono circa 20mila gli studenti con disabilità che avrebbero bisogno di assistenza da parte di figure specializzate».
In questo quadro già piuttosto problematico, si inserisce, appunto, la riforma degli Asacom in discussione in Parlamento. Che sta sollevando non pochi dubbi tra gli addetti ai lavori. Di «forte preoccupazione e netta contrarietà» parla in una nota la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), che fa riferimento, in modo particolare, «alla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di Assistente», paventando il rischio di «un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità, compromettendo il pieno esercizio del diritto allo studio e l’effettiva inclusione scolastica». Secondo la definizione data dalla proposta di legge, l’Asacom è «un operatore socioeducativo che svolge funzioni di mediazione e assistenza alla comunicazione e di supporto all’acquisizione delle autonomie e alle relazioni rispetto ai contesti educativi, didattici e formativi, tenendo conto delle diverse condizioni di disabilità e facilitando anche l’esercizio del diritto all’educazione e alla formazione delle persone affette da malattie rare». Questa attività, stando alla proposta di legge, può essere svolta da un ventaglio di operatori: da chi è in possesso della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, da chi ha un diploma di scuola superiore e ha superato un corso professionale riconosciuto dalle Regioni, da chi ha svolto, per almeno 12 mesi, anche non continuativi, funzioni di assistenza per l’autonomia e la comunicazione nelle scuole, da chi ha un titolo di assistente conseguito al termine di un percorso di formazione di almeno 830 ore (di cui 810 ore di pratica della Lingua italiana dei segni) o, in alternativa, ha un’esperienza come assistente nelle scuole di almeno 36 mesi, anche non continuativi.
«La proposta, così come formulata, introduce requisiti disomogenei e inadeguati, privi di un solido impianto formativo nazionale – si legge in un comunicato della Fish – . Si tratta di una scelta che non garantisce standard minimi uniformi e che rischia di tradursi in una riduzione della qualità degli interventi educativi e assistenziali». Fish evidenzia, in particolare, «la mancanza di una formazione obbligatoria e strutturata sulle principali modalità di comunicazione e intervento (come Braille, Comunicazione Aumentativa e Alternativa, metodologie comportamentali e altre competenze fondamentali), nonché l’ingiustificata equiparazione tra percorsi formativi qualificati ed esperienze lavorative prive di adeguata preparazione». Per queste ragioni, la Federazione «ha formalmente proposto un emendamento che prevede un requisito formativo chiaro, omogeneo e di livello universitario, ritenuto indispensabile per garantire competenze adeguate in un ambito di così elevata rilevanza sociale». «La qualità dell’inclusione scolastica passa dalla qualità delle professionalità coinvolte – ricorda la Fish –. Il percorso educativo di ogni alunno e ogni alunna con disabilità è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Carta e dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità», conclude la Federazione. Invitando «il Parlamento a rivedere la norma accogliendo l’emendamento proposto» e «ribadendo la propria disponibilità a contribuire al confronto istituzionale».

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