Dall'Africa all'India fino al Paraguay: l'Italia cerca (disperatamente) infermieri all'estero
A fronte di una carenza strutturale le società di ricerca del personale stanno ampliano i loro orizzonti. Nell’85% dei casi si tratta di giovani donne

La mancanza di infermieri è ormai una “bomba a orologeria”. Lo è per la sanità europea, lo è per quella italiana in particolare. L’ufficio europeo dell’Oms calcola che il Vecchio Continente accuserà una mancanza di 1 milione di questi professionisti nel 2030. A fronte di una emorragia di candidati nostrani, aumenta il ricorso al personale di nazioni extra europee, molto accentuato in Italia. Dall’India al Paraguay, passando anche da nazioni nordafricane come la Tunisia, che però solo in parte conterranno le “perdite”. Del resto, come illustra un dossier specifico dell’Oms, non è affatto un mistero che il peggioramento delle condizioni di lavoro, e le crescenti pressioni sulla salute mentale stiano accelerando il burnout, l’abbandono e la carenza di personale infermieristico (tutti aspetti ulteriormente accentuati, in Italia, dagli stipendi bassi). Le conseguenze sono visibili anche per i pazienti che vanno incontro a rischi maggiori. «Gli infermieri rappresentano oltre la metà, il 56%, del personale sanitario, la maggior parte del quale è costituito da donne. Avere personale infermieristico sicuro non è quindi un lusso o un dettaglio amministrativo», afferma Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa.
L’Oms definisce otto “azioni politiche” per correre ai ripari: intanto, la sicurezza del personale è inscindibile dalla sicurezza dei pazienti e dal benessere del personale; la migliore gestione della complessità dei tanti fattori in campo (finanziamenti, tecnologia digitale, lavoro di squadra, bisogni dei pazienti); il terzo punto: una maggiore sinergia che porti ad una riforma a lungo termine tra «governi, datori di lavoro, autorità di regolamentazione, sindacati ed educatori». Gli altri interventi: per l’Oms occorre utilizzare sistemi di dati più intelligenti, rafforzare il monitoraggio e la responsabilità, investire perché la sicurezza del personale diventi una pratica standard e diffusa; ancora, serve garantire un’istruzione e una formazione continua e di alta qualità. Infine, è indispensabile, raccomandano dall’Organizzazione mondiale della sanità, «rafforzare la leadership infermieristica» attraverso «una reale autonomia professionale».
Questo il disegno politico per migliorare le cose in Europa. Ma intanto l’Italia cosa fa? Mentre il Servizio sanitario nazionale è alle prese con la più grave crisi di camici bianchi dalla sua istituzione, le società di ricerca del personale si organizzano per selezionare e formare personale all’estero. Tra le più attive c’è Openjobmetis spa, che, negli ultimi 3 anni, ha formato 1.000 figure sanitarie svolgendo colloqui all’estero con oltre 5.000 persone. Le assunzioni hanno riguardato soprattutto infermieri, e in misura minore, medici, fisioterapisti e tecnici radiologi che da aree Extra Ue hanno occasione di vivere un’importante esperienza di carriera (meglio retribuita rispetto alle nazioni di origine) in ospedali e cliniche private, oppure in Rsa. Al primo posto tra i Paesi di origine di chi arriva in Italia c’è la Tunisia (30%), seguita da India (25%) e Paraguay (15%); e poi Brasile (12%), Perù (9%), El Salvador (7%). In misura molto minore (2%) gli arrivi da Colombia, Argentina e Pakistan. A queste persone, spiega Openjobmetis, «proponiamo la stabilità di un contratto a tempo indeterminato e ci facciamo mediatori culturali per accompagnarle nell’inserimento, oltre che professionale, anche pratico-logistico e sociale». Il profilo degli infermieri è all’85% rappresentato da donne, di cui 70% con figli. L’età media è compresa tra i 25 e i 38 anni, con un’esperienza professionale pregressa media di 5 anni.
Ma quali sono le regioni in cui vanno a lavorare i professionisti sanitari che arrivano dall’estero? Al primo posto c’è la Lombardia con il 50% delle attivazioni, seguita dal Piemonte (19%). Il 10% dei professionisti selezionati approda in Sardegna. E poi il Veneto (8%) e la prima regione del Sud, la Calabria (5%). Presenti nella classifica anche Emilia-Romagna (4%), Valle d’Aosta (3%) e Marche (1%). L’iter, fa sapere Openjobmetis prevede che, una volta selezionati, gli infermieri già in possesso di una buona conoscenza della lingua italiana, ne approfondiscano lo studio a livello professionale. Vi è quindi il riconoscimento del titolo di studio della nazione per poi avviarsi ad un periodo di 1 mese di formazione on the job durante il quale perfezionarsi sulle prassi italiane. Trascorsi i primi 2 anni, la maggior parte dei professionisti rimane in Italia. «Ultimamente ci stiamo concentrando su un nuovo Paese, El Salvador - spiega Daniela Pomarolli, responsabile dell’area “International Recruitment” di Openjobmetis -. Paese che ci permette di attrarre numerosi infermieri ben preparati sia a livello linguistico che tecnico». E altri sanitari di nuove nazioni bussano per entrare in Italia: le richieste arrivano da tutto il mondo, conclude Pomarolli, ma la novità più interessante degli ultimi mesi è costituito dai Paesi del Centro Africa.
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