Chris e gli altri sono tornati ad essere persone sotto un ponte di Manchester

La storia dell’Embassy Village, sorto sul fiume della città inglese per affrontare il dramma dell’emergenza abitativa e provare a superarlo facendo comunità
April 16, 2026
Una delle riunioni preliminari alla realizzaziome dell’Embassy Village, sotto il ponte della ferrovia di Manchester / Embassy
Una delle riunioni preliminari alla realizzaziome dell’Embassy Village, sotto il ponte della ferrovia di Manchester / Embassy
Vivere lungo i canali di Manchester, oggi, è un lusso. Anche l’affitto per la stanza più dimessa supera facilmente le mille sterline al mese. Siamo nel cuore della città post-industriale che è riuscita a reinventarsi dal punto di vista urbanistico , tra ex magazzini di mattoni rossi, ristoranti alla moda e nuovi quartieri residenziali. Eppure, proprio qui, tra il fiume Irwell e il Bridgewater Canal, sotto due viadotti vittoriani attraversati ogni giorno da tram e treni, è nato un luogo che rovescia la logica dell’abitare a cui anche noi italiani stiamo finendo con l’assuefarci nelle nostre grandi città. Si chiama Embassy Village ed è un piccolo villaggio di 40 monolocali affacciati sull’acqua. Dimenticate l’housing per pochi e gli esperimenti chic di rigenerazione immobiliare. Per viverci non servono redditi alti, ma l’esatto contrario: essere senza casa e pronti a rimettere insieme la propria vita.
Una delle 41 casette del villaggio / Embassy
Una delle 41 casette del villaggio / Embassy
Il terreno su cui sorge il villaggio è stato concesso gratuitamente per 125 anni dal Peel Group, il colosso immobiliare che a Manchester ha dato vita a MediaCity e al Trafford Centre. Lo stesso gruppo possiede il canale: significa che chi ci abita può pescare, andare in kayak, passeggiare lungo gli argini, coltivare fiori e piante. A gestire il progetto è appunto Embassy, un’organizzazione cristiana nata nel 2019 sull’onda dell’emergenza abitativa in città e che ha immaginato il villaggio come una sorta di “prova generale” della vita che verrà: uno spazio di passaggio, cioè, strutturato per accorciare il più possibile il tragitto tra strada e casa vera, evitando l’istituzionalizzazione delle cosiddette soluzioni d’emergenza, dalle mense ai dormitori. Ad averne la prima visione è stato Sid Williams, figlio di missionari, un’infanzia trascorsa in Rwanda fino ai giorni terribili del genocidio del ‘94, che hanno costretto la sua famiglia a lasciare casa e sperimentare in prima persona il dramma di perdere tutto: «Quando siamo tornati in Inghilterra mi sono reinventato come grafico, ma non funzionava». Poi il lavoro sul fronte dell’educazione e della rieducazione giovanile, fino alla decisione insieme ad alcuni amici e Tess (che è diventata sua moglie) di trasformare un bus da tournée musicali di lusso in un dormitorio mobile. «Nell’economia rovesciata del Vangelo – racconta – gli ultimi sono i veri Vip e noi abbiamo deciso di prenderlo sul serio. Abbiamo però capito in fretta che l’alloggio d’emergenza a breve termine non era sufficiente, così abbiamo iniziato a formare i nostri primi responsabili del “reinsediamento a tempo pieno”. Serviva un programma, non un rifugio». Sid insiste sul fatto che anche in Inghilterra ormai la maggior parte delle persone senza casa non arriva sulla strada a causa della dipendenza da alcol o da droga, ma in seguito a una frattura relazionale. «Circa il 60% degli homeless è reduce da una separazione. E sempre più spesso parliamo di persone comuni, quelle che fino a pochi anni fa riuscivano a stare a galla». I numeri gli danno ragione: a Manchester una persona su 61 è senza casa, mentre per un uomo adulto e abile al lavoro l’attesa per una casa popolare può superare i quindici anni. Un tempo infinito. Embassy prova a stare dentro questo divario con un modello intensivo: un operatore a tempo pieno ogni sei residenti, percorsi su misura per imparare a gestire un bilancio, cucinare, mantenere un impiego. Chi non lavora viene accompagnato nella richiesta del sussidio, circa 625 sterline mensili, che coprono l’affitto e le spese di base. «È una specie di apprendimento guidato – spiega ancora Sid –. C’è molta presenza, molto sostegno. Ma è proprio questo che riduce drasticamente il rischio di tornare indietro».
I risultati, almeno finora, sembrano confermarlo. Nei progetti Embassy dell’area di Manchester gli uomini e le donne restano in media poco più di un anno. Tra il 92 e il 95% esce con un lavoro a tempo pieno e un affitto nel mercato privato. Una risorsa anche per il sistema pubblico, che non a caso collabora con l’associazione e le sue attività. Il villaggio d’altronde è pensato anche per favorire la vita comune: cene settimanali condivise, spazi sportivi in costruzione, una palestra di pugilato, un laboratorio di falegnameria dove lavorano professionisti che hanno scelto di mettere le competenze al servizio degli ultimi. Tutto il progetto – costato 6,2 milioni di sterline – è stato reso possibile da fondazioni, enti pubblici e da una rete di oltre 130 imprese locali che hanno lavorato gratuitamente o senza profitto. Per Bev Craig, presidente del Consiglio comunale di Manchester, Embassy Village è la prova che «le persone, se messe nelle condizioni giuste, possono costruire comunità». Non basta un tetto, ha spiegato in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi al Guardian: «Servono relazioni, cura della solitudine, accompagnamento. Molte storie di strada sono il risultato di fallimenti multipli: della salute mentale, della gestione delle dipendenze, del contrasto all’isolamento». Da questo punto di vista Embassy Village non risolve i problemi, e non pretende di farlo: è la scommessa plastica che sentirsi finalmente a casa, anche solo per un tempo limitato, renda possibile immaginare il dopo. Per Chris, Olly, Mark, che raccontano in prima persona le loro storie sul sito dell’associazione, ha funzionato: l’emozione di avere un mazzo di chiavi, di aprire una porta tutta propria, di addormentarsi circondati da pareti bianche, intatte, è bastata per ripensarsi come esseri umani. Oggi vivono da soli, c’è chi ha fondato un’impresa, chi dà lavoro ad altre persone e sostiene Embassy come donatore o come tutore di nuovi ospiti. La marginalità non è un destino.

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