A Crans-Montana, accanto alle famiglie distrutte: «Il loro dolore va ascoltato»

di Marco Birolini, inviato a Crans-Montana
Le voci degli psicologi arrivati dall'Italia per aiutare le famiglie. Il parroco don Alessandro Barras : «A loro dirò che la morte non è la fine, ma un nuovo inizio»
January 3, 2026
A Crans-Montana, accanto alle famiglie distrutte: «Il loro dolore va ascoltato»
Il dolore dei famigliari e amici delle vittime dell'incendio della festa di Capodanno al bar Le Constellation
David Vocat è il capo dei pompieri di Crans-Montana. In carriera ne ha viste tante, ma quello cui ha assistito la notte di Capodanno è stato troppo anche per lui. Intervenuto con i suoi uomini tra le fiamme del Constellation, ha visto morire sotto i suoi occhi troppi ragazzi, nel modo più orribile. «Non so se riuscirò a continuare questo lavoro» ammette. E se il trauma è forte per un professionista dell’emergenza, figuriamoci per la gente comune. Tantomeno si può immaginare l’angoscia di chi ancora non sa che fine ha fatto suo figlio.
Nel centro di crisi, allestito nel palazzo dei congressi del paese dalla Protezione civile e dalla Farnesina, vanno e vengono i familiari disperati, protetti da un cordone di polizia cortese ma impenetrabile. Sono italiani, ma non solo. La notte scorsa è arrivata una coppia di svizzeri che non aveva più notizie del proprio ragazzo: è stato comunicato loro il decesso e l’impatto è stato devastante. Gli psicologi italiani sono intervenuti per sostenerli, perché il personale svizzero non era presente. «Eravamo qui, perché è giusto esserci – dice Massimiliano Alì, arrivato dalla Val d’Aosta con il team dell’associazione Psicologi dei popoli, “arruolato” dalla Protezione civile –. In tragedie come queste conta più la presenza che le parole. Anche perché è sempre difficile trovarle, anche per noi. Allora stai accanto a chi soffre, piange e magari si arrabbia. Reazioni normali in una situazione che non è normale. Per dare conforto può bastare uno sguardo, oppure un gesto semplice come portare un tè caldo».
Massimiliano Alì
Massimiliano Alì
«Se c’è bisogno di stare in silenzio si tace, se chiedono di parlare parliamo. Ieri ci hanno chiesto di accompagnarli in farmacia e l’abbiamo fatto. Sono in attesa di sapere e l’attesa logora. Cerchiamo però di fargli capire che resistere si può e che noi siamo al loro fianco»
Massimiliano Alì, psicologo di Psicologi dei popoli<br>
Nel Centro congressi convertito in sala emergenze hanno steso delle brandine anche per i familiari. La notte scorsa si sono fermati papà e mamma di uno dei sei italiani ancora dispersi. Sono riusciti a riposare, nonostante siano distrutti dall’ansia. Il padre non si rassegna, non vuol credere che il suo bambino non ci sia più. «La nostra presenza è necessaria per creare uno scudo attorno a loro e permettergli di vivere il dolore senza ulteriori disturbi e pensieri – continua Alì –. Ti siedi vicino e ascolti la loro sofferenza. Siamo a servizio. Se c’è bisogno di stare in silenzio si tace, se chiedono di parlare parliamo. Ieri ci hanno chiesto di accompagnarli in farmacia e l’abbiamo fatto. Sono in attesa di sapere e l’attesa logora. Cerchiamo però di fargli capire che resistere si può e che noi siamo al loro fianco». Ma non è un impegno da cui si esce indenni. «Il nostro schermo di protezione è il lavoro di squadra – spiega Alì –. Il dolore ti si appiccica addosso, ma lo condividiamo con i colleghi, con cui c’è un’intesa che si è costruita nel tempo». Quel che tiene a galla è «l’umanità, che proprio in questi frangenti così tragici viene fuori. Dal dolore più profondo riesce ad emergere comunque il lato migliore delle persone».
Don Alessandro Barras
Don Alessandro Barras
«A chi ha perso un figlio parlerò di speranza. E lo ripeterò soprattutto ai giovani, a chi nell’incendio ha perso un amico»
Don Alessandro Barras, parroco di Crans Montana
Segnali di luce che sgorgano anche dal pozzo più nero, che anche don Alessandro Barras, da 10 anni parroco di Crans Montana, si sforza di cogliere. Seduto al tavolo della canonica adiacente alla chiesa del Sacré-Coeur, allarga le braccia e descrive così lo stato d’animo della comunità: «È difficile, molto difficile». Un po’ in italiano e un po’ in francese, prova a comunicare quello che sta vivendo la gente del posto, non abituata a drammi di questa portata. «Siamo tutti profondamente scossi da quanto accaduto. Qui non si era mai visto niente di simile. Lasciatemi però dire che i soccorritori sono stati eccezionali. A loro va il nostro ringraziamento». Senza l’intervento tempestivo di pompieri, polizia e ambulanze il bilancio avrebbe potuto essere addirittura peggiore.
Tuttavia le vittime sono tante, troppe. «Preghiamo per loro da tre giorni, in ogni Messa – sospira il sacerdote –. Lo faremo anche domani con il vescovo. Avrebbe dovuto essere una celebrazione di festa, invece la tristezza ci accompagnerà». Poi verrà il momento del conforto. «Ancora non sappiamo chi è morto e chi è ferito. Non si sa se qualche abitante è coinvolto: sì, in paese c’è del bruit (delle chiacchiere, ndr), ma bisogna essere certi. Cosa diremo ai familiari? Prima di tutto ci metteremo in ascolto». Don Alessandro scuote la testa, sa che nemmeno per lui sarà un compito facile: «Tutta questa gioventù, piena di vita, andata perduta in pochi istanti. Difficile da accettare, da comprendere. E pensare che a volte sento dei vecchi che al contrario dicono di aspettare solo la morte…». Vietato però abbandonarsi alla disperazione, anzi. Occorrerà reagire, e farlo il prima possibile. «A chi ha perso un figlio parlerò di speranza. E lo ripeterò soprattutto ai giovani, a chi nell’incendio ha perso un amico». Il parroco trova la forza di un sorriso: «Dirò che la morte non è la fine, ma soltanto un nuovo inizio».

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