Venezuela, ecco quali possono essere le conseguenze sul prezzo del petrolio
I dubbi del mercato tra chi ipotizza un blocco o un'ulteriore riduzione della produzione del greggio del Paese sudamericano e chi un maggior controllo degli Usa

Tra le prime conseguenze dell'attacco di Donald Trump al Venezuela c'è quella sul petrolio e i relativi equilibri legati a questo mercato, con gli operatori che osservano un «calo dei prezzi del petrolio che potrebbe avere un impatto sui mercati energetici più ampio». Dopo un inizio con i prezzi del petrolio leggermente in calo, si è andati progressivamente verso un rialzo. Il greggio Brent, il benchmark internazionale del petrolio, è salito oggi dello 0,8% a 61,21 dollari al barile, dopo essere sceso in precedenza sotto i 60 dollari. I prezzi del West Texas Intermediate, il benchmark statunitense, sono saliti dello 0,9% a 57,85 dollari al barile. È ancora presto per sapere quale sarà l'impatto dell'intervento degli Stati Uniti sul mercato petrolifero, ma gli analisti hanno già lanciato l'allarme su una possibile sovrabbondanza di greggio, mentre gli investitori si interrogano anche su cosa accadrebbe in caso di interruzione a breve termine delle esportazioni del Paese sudamericano.
Trump invece vorrebbe che l'industria petrolifera statunitense tornasse a prosperare in Venezuela e ha dichiarato di contare sulle aziende americane per ricostruire la malconcia industria petrolifera del Paese sudamericano. Attualmente il Venezuela produce meno dell'1% della produzione mondiale di petrolio. La sua produzione di petrolio è compresa tra 900mila e un milione di barili al giorno, contro oltre i tre milioni di metà anni 2000. Lo rilevano stime dell'Investment team di Gamma capital markets. Le esportazioni sono infatti limitate dalle sanzioni statunitensi e da un blocco navale. Secondo le stime, la produzione sarà stabile a 900mila barili nel 2026. Nel lungo periodo lo scenario più rilevante è il 2030: il Venezuela potrebbe essere a due milioni al giorno, che implicherebbe un calo di 4 dollari per barile sul Brent rispetto allo scenario base. Quindi l'intervento Usa e la possibile ripresa di produzione è «un evento strutturalmente ribassista per il petrolio», ha spiegato Gamma capital markets.
Il potenziale per aumentare significativamente l'offerta è innegabile: secondo l'Energy Information Administration statunitense, il Paese detiene circa il 17% delle riserve mondiali accertate di greggio, le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo. Estrarre più petrolio dal Venezuela richiederebbe però la ricostruzione delle infrastrutture petrolifere del Paese e il rilancio della produzione, il che costerebbe, secondo quanto dichiarato dallo stesso Trump, miliardi di dollari, oltre a tempi lunghi. Sarebbe molto dispendioso anche raffinare il greggio venezuelano, particolarmente pesante, costoso da raffinare e più dannoso per l'ambiente. Secondo gli esperti, dunque, l'impatto sui mercati non sarebbe immediato. Il petrolio inoltre non raggiunge prezzi tali da giustificare necessariamente queste spese. Vanno messe in conto poi tutte le possibili variabili di un Paese attualmente in fase di transizione, anche se Trump ha provato a modo suo a rassicurare affermando che gli Stati Uniti "governano" il Paese finché non verrà insediata una leadership sicura. Nello stesso giorno la Corte Suprema del Venezuela ha nominato come presidente a interim Delcy Rodriguez, che sovrintende alla compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela.

In ogni caso, nel breve termine è improbabile che aumenti la produzione dello Stato sudamericano e si possono invece prevedere ulteriori riduzioni. Secondo Reuters, la compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela ha chiesto ad alcuni partner di joint venture di ridurre la produzione. Inoltre, al momento l'Opec+ non ha segnalato alcun immediato cambiamento di strategia: otto membri del gruppo di produttori si sono incontrati brevemente e hanno concordato di mantenere la sospensione degli aumenti di produzione almeno fino ad aprile. Dopo un calo del 20% nel 2025, la maggior parte degli analisti prevede che i prezzi del petrolio continueranno a scendere all'inizio di quest'anno.
Il solo scenario di un Venezuela petrolifero stabilmente agganciato agli Stati Uniti, però, è già sufficiente a rimettere in discussione equilibri consolidati tra Washington e le monarchie del Golfo. Un ritorno massiccio del greggio venezuelano sotto influenza statunitense può ridurre sensibilmente il bisogno di Washington di coordinarsi con l'Arabia Saudita per la gestione dei prezzi del petrolio, indebolendo uno dei principali canali di leva politica di Riad nei confronti degli Stati Uniti. È quanto osservano analisti energetici e diplomatici, citati dal quotidiano libanese L'Orient-Le Jour, secondo cui il controllo americano sulle riserve di Caracas rappresenta un potenziale fattore di riequilibrio nei rapporti di forza all'interno del mercato globale degli idrocarburi, con una maggiore influenza Usa sul coordinamento dei livelli di produzione e sui meccanismi di stabilizzazione dei prezzi. Una simile evoluzione viene seguita con attenzione anche dagli Emirati Arabi Uniti, che insieme a Riad hanno negli ultimi anni moltiplicato i segnali di disponibilità verso l'amministrazione americana, tra investimenti promessi e cooperazione politica e militare. Il timore, secondo fonti regionali, è che il peso negoziale del Golfo possa ridursi se Washington dovesse disporre di nuove leve energetiche dirette.
Gli Stati Uniti, che hanno iniziato a esportare il petrolio americano solo 10 anni fa, ora potrebbero provare dunque ad aumentare la propria influenza sul prezzo e la produzione mondiale di questo bene, non più solo tramite le sanzioni o i divieti, ma aumentando anche lo sfruttamento delle riserve venezuelane tramite le licenze alle compagnie americane. Gli Usa inoltre hanno già, nel proprio territorio verso Sud, delle raffinerie costruite su misura per trattare l'olio pesante del Venezuela. Su tutto però a prevalere al momento è l'incertezza, che giustifica anche la cautela delle major del settore che rischiano le proprie licenze, a eccezione di quelle americane che possono sperare in una maggiore protezione: i titoli delle compagnie petrolifere statunitensi corrono nel premarket di Wall Street dal momento dell'attacco Usa in Venezuela e gli annunci del presidente Trump sulla gestione del petrolio. Chevron (che in Venezuela è arrivata a estrarre 300mila barili al giorno di petrolio, quasi un terzo del totale di quanto prodotto Paese) guadagna il 10%, ConocoPhilips l'8,7%, Exxon Mobile il 3,4%. Tra le poche società non statunitensi rimaste in Venezuela c'è anche l'italiana Eni, dedicata però quasi totalmente all'estrazione di metano per uso interno. Del resto, esportazione e rivendita di greggio venezuelano da parte di Eni risentivano già prima dell'attacco delle mancate autorizzazioni degli Stati Uniti e delle sanzioni di Trump: la speranza di queste ore è dunque che queste vengano rimosse da Washington.
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