Le ingiuste accuse al vescovo Spinillo su don Mottola
Il caso del sacerdote della diocesi di Aversa che ha scontato la pena per il reato di abusi ed è apparso in qualche celebrazione sta suscitando polemiche scomposte. Facciamo chiarezza

La Chiesa è il corpo di Cristo, i credenti – religiosi e laici – le sue membra. Ed è giusto e doveroso che essi soffrano con chi soffre e gioiscano con chi gioisce. I santi, i giusti, ci fanno fare bella figura, davanti a Dio e agli uomini. Chi si macchia di colpe odiose, come la pedofilia, ma non solo, ci fa arrossire il volto e ci trafigge il cuore. Quella della pedofilia è una piaga appena sfiorata. Don Fortunato Di Noto, prete siciliano, fondatore dell’associazione Meter, non si risparmia nello scovare e denunciare siti pedopornogrfici, nell’essere accanto alle vittime e ai loro familiari. La cosa più orribile è la violenza sui neonati. Alcuni anni fa, nel fargli visita, volli rendermi conto personalmente di questo obbrobrio. Dopo aver visionato due o tre filmati di pochi secondi in cui alcuni neonati venivano stuprati dissi: «Basta!». Stavo impazzendo. Il giorno dopo, scrissi per “Avvenire” un commento che iniziava con queste parole: «Sono sceso all’inferno».
La Chiesa, dopo aver pagato un prezzo altissimo per questo odioso peccato-reato commesso dai membri del clero, ha preso le dovute misure per mettere al sicuro i bambini nelle nostre parrocchie e negli oratori. Purtroppo, per quanto mi è dato sapere, il suo esempio non sempre è stato seguito da altre associazioni religiose, laiche, sportive. Purtroppo, anche all’interno delle famiglie avvengono questi scempi.
La nostra Diocesi di Aversa attraversa un momento triste. Da una settimana i giornali hanno ripreso a parlare del caso di un sacerdote, reo confesso di aver molestato, anni addietro, una ragazzina. Don Michele Mottola, questo il suo nome, fu denunciato dalle autorità diocesane. In seguito, il caso fu ripreso da qualche trasmissione televisiva. Condannato sia dal tribunale civile che da quello ecclesiastico, espiò la pena inflitta. Dopo anni di lontananza fece ritorno in diocesi, dovendo sottostare alle dovute restrizioni che i superiori presero nei suoi confronti. In occasione della chiusura del Giubileo, domenica 28 dicembre, giorno di festa e di perdono per tutti, il vescovo, Angelo Spinillo, gli concesse la possibilità di concelebrare la Messa in cattedrale, alla presenza di migliaia di fedeli e decine di sacerdoti. Nessun imbroglio. Nessun tentativo di fare male a qualcuno. Il giorno dopo, però, la foto della processione era su qualche giornale locale, ripresa ben presto da altri quotidiani. Monsignor Spinillo, rispose con una nota ufficiale nella quale ribadiva l’eccezionalità del permesso concesso. Non è bastato. Una petizione online è stata lanciata per chiedere le sue dimissioni. Una pugnalata al cuore. Dopo 15 anni di ottimo lavoro pastorale, Spinillo, amato e stimato da tutti, non merita questo doloroso e ingiusto affronto. Insieme a lui, siamo stati colpiti tutti noi, presbiteri, religiosi e popolo di Dio. La cosa che più addolora e sconcerta è che questa rinnovata ondata di ricordi andrà a ripercuotersi certamente a danno della vittima e della sua famiglia. Non sempre alzare la voce, quando non serve, rende un buon servizio. Alla vittima, ancora una volta, ribadiamo la nostra vicinanza e il nostro affetto. Don Michele ha sofferto e fatto soffrire. Ha chiesto perdono. È stato punito. Ma se il pastore della Diocesi – nel giorno in cui celebra la chiusura del Giubileo – ritiene opportuno farlo concelebrare ne prendiamo semplicemente atto. Anche se non dovessimo condividere la scelta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






