Lo strazio alla Messa per le vittime di Crans-Montana: cosa ha detto il vescovo Lovey
di Francesco Muratori, Lugano
Il presule di Sion ha parlato di «un'eclissi che ha oscurato il cielo del Cantone» e indicato nella comunione e nella luce dell’Epifania l’unico orizzonte possibile di consolazione. La diocesi ha attivato un servizio pastorale di ascolto

«Ciao cari angeli, nessuno vi dimenticherà mai». Sul piccolo tavolo accanto al quaderno per i saluti ai ragazzi uccisi dal fuoco ci sono decine di penne perché non ne basta una per tutte le mani che desiderano tracciare un pensiero in italiano, francese, tedesco, inglese. Crans Montana è «la nuova Gerusalemme», riflette con la voce inclinata dall'emozione durante la messa il vescovo di Sion, Jean-Marie Lovey, pensando alla babele di nazionalità degli adolescenti prigionieri del Costellation, e dei loro amici e famiglie «provenienti da tutto il mondo per condividere questo dolore». Tra le migliaia rimasti fuori dalla cappella di Saint-Cristophe, al cui interno siedono solo gli affetti più cari delle vittime, c'è una ragazza con un voluminoso mazzo di margherite colorate che non smette di tremare per un secondo e non è per i dieci gradi sotto zero di una mattina azzurra e glaciale.
Fin dall’inizio Lovey riconosce il limite del linguaggio davanti al baratro dell’incendio: «La parola è così fragile e così povera», confida, aggiungendo: «Non so se esista una parola adatta a un tale dramma». In chiesa, queste frasi suonano come una messa a nudo: il vescovo non pretende di spiegare l’inspiegabile, ma si mette accanto a chi è colpito, ammettendo che «non c’è gran che da dire». È in questo vuoto che indica ciò che, per lui, conta davvero: «Il fatto di essere presenti mi sembra essenziale». Più dei discorsi, dice, possono valere «un gesto, uno sguardo, un sorriso» percepiti come sostegno, soprattutto da chi ha visto da vicino le fiamme e il caos della notte di Capodanno. Lovey costruisce l’omelia sull’Epifania, cercando un filo tra il lutto del paese e il Vangelo della luce. «Domenica sarà quella dell’Epifania», spiega, «in un certo senso, c’è qualcosa di provvidenziale perché l’Epifania è una luce che viene a dissipare le tenebre e Dio sa quanto sia necessaria in questo momento preciso e per tutte le persone colpite da questo dramma». Nell’omelia, annuncia di voler mettere «in parallelo il dramma di Crans-Montana e il dramma dell’umanità di sempre: il popolo che cammina nelle tenebre e vede sorgere una luce. Oggi, dobbiamo chiedere insieme la grazia di essere, a nostra volta, sentinelle della luce. Di fronte all’eclissi che oscura il cielo del nostro Cantone, del nostro Paese, è insopportabile per tante famiglie, per tante persone, rimanere nell’oscurità della sofferenza o della morte, nell’oscurità dell’insensatezza. La questione di una luce che attrae e illumina diventa fondamentale». In questa impresa, «ognuno contribuisce in modo essenziale». Il vescovo fa l’esempio dei soccorritori, paramedici e personale ospedaliero, polizia, vigili del fuoco, le autorità politiche e giudiziarie, «tutti coloro che si sono impegnati con professionalità e grande generosità» nella notte in cui è divampato l’incendio.». Non promette soluzioni immediate, ma solo «un’apertura possibile verso una luce che viene dall’alto e che il Natale ha appena promesso attraverso la nascita di Gesù». È un linguaggio semplice, quasi trattenuto, che evita slogan consolatori. Guardando la navata piena, Lovey parla di «una chiesa arci‑colma» e anche nella tragica notte del bisogno umano di non restare soli. «C’era il mondo! Molti giovani e giovani adulti, probabilmente amici, conoscenti che erano presenti nei diversi locali di Montana per festeggiare il nuovo anno», racconta, sottolineando come, nelle grandi prove, «l’essere umano ha bisogno di comunione. Anch’io ne ho bisogno».

Dopo la messa, il vescovo incontra fedeli, turisti, soccorritori. Diversi, dice, hanno espresso «l’orrore e l’incomprensione totale davanti a un tale dramma. "Come è possibile che…?"». Alcuni salvatori gli descrivono «parole piuttosto realistiche e terribili su ciò che hanno vissuto entrando nel bar per soccorrere le vittime. È molto violento». Quando parla del cantone Vallese, Lovey evita formule generiche e resta ancorato ai legami concreti. «Il Vallese è un villaggio», dice, «la gente si conosce e ha legami di vicinanza abbastanza forti». Lo racconta con un episodio minimo: «ieri sera, in sacrestia, una persona è venuta a dirmi: “Sai, il nipote di Tizio è tra gli ustionati ed è in ospedale”». Su questo sfondo, ricordato anche dai dati della polizia e dai comunicati del Cantone, il dramma non è più solo una cifra ma una rete di nomi e parentele colpita in profondità. Per questo la diocesi ribadisce «sollecitudine, vicinanza e compassione per tutte le vittime, i loro prossimi e le loro famiglie», in sintonia con i messaggi ufficiali delle autorità civili. Lovey descrive anche ciò che resta quando le telecamere si spengono. La parrocchia di Montana «ha aperto le porte a tutti quelli che desiderano esprimersi e scrivere un pensiero in un registro dedicato: le loro attese, le loro sofferenze, le loro speranze». Le équipe di cappellania ospedaliera sono «mobilitate» e diverse parrocchie hanno organizzato tempi di incontro, di discussione e di preghiera. La diocesi ha fatto sapere che in seguito alla tragedia saranno disponibili persone per l’ascolto (se qualcuno desidera parlare con un sacerdote, un diacono o un operatore pastorale laico, può contattare il Servizio diocesano per i giovani al numero +41 79 325 74 04 o all’indirizzo info@tasoulafoi.ch).
Nella stessa cornice, durante la messa, il vescovo dà voce anche al messaggio del Papa, definito «commovente», in cui Leone XIV si «associa al lutto delle famiglie e di tutta la Confederazione elvetica» dopo «il tragico incendio avvenuto a Crans‑Montana nella notte del 1° gennaio, che ha fatto più di quaranta morti e numerosi feriti». È un segno di vicinanza che si aggiunge alla decisione di proclamare, per il 9 gennaio, una giornata di lutto nazionale e di far suonare le campane in tutta la Svizzera, mentre la comunità continua a riempire di candele e fiori lo spazio davanti al bar «Le Constellation».
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