«L'amore contro l'odio dei social». Carolina, le parole mai pubblicate

Tredici anni dopo la morte della figlia, Paolo Picchio racconta la scoperta di un post scriptum nella sua ultima lettera. Domani la testimonianza e la consegna di un premio al Festival di Sanremo
February 27, 2026
«L'amore contro l'odio dei social». Carolina, le parole mai pubblicate
L'ultima parte della lettera scritta da Carolina prima del suo suicidio, avvenuto nel gennaio del 2013. La 14enne ha lasciato alcuni numeri di telefono e un messaggio d’amore
Paolo Picchio sarà al Festival di Sanremo domani, nella giornata della finale, per consegnare il Premio Carolina: un riconoscimento per l'impegno sociale nella musica e nella tutela dei minori da assegnare alla canzone con il testo più vicino alla sensibilità educativa di Fondazione Carolina. L'abbiamo incontrato alla Mondadori di Piazza Duomo, a Milano, dove ha presentato il libro che ha dedicato a sua figlia, a poco più di un mese dall'anniversario della sua morte.
Scuole, palazzetti, teatri, parrocchie, domani anche Sanremo: negli ultimi anni Paolo Picchio ha incontrato oltre mezzo milione di ragazzi e di ragazze per raccontare la storia della sua Carolina. Tutte le volte il nastro del dolore s’è riavvolto, tornando al tragico punto zero: notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013, appartamento di Oleggio, i carabinieri che suonano alla porta, “lei è il papà?”. Sì, Paolo era il papà, convinto che Carolina dormisse nel suo letto, che fosse felice, che tutto andasse bene. Le cose non stavano così. Il resto della storia è piuttosto noto: si scopre che la ragazza – 14 anni appena – si è tolta la vita per un video sceneggiato, realizzato e diffuso contro la sua volontà in Rete. I cinque responsabili vengono identificati e processati. Lui, papà Paolo, non si ferma: chiede che il cyberbullismo diventi un reato, combatte per una legge, la vede votare, inizia a incontrare i giovani, decide di impegnarsi fattivamente con una fondazione che li aiuti a conoscere i rischi della rete (e che porta il nome di sua figlia). Soprattutto, per primo mette sotto accusa il sistema dei social network e i meccanismi del suo funzionamento. Quelli che oggi sono finiti alla sbarra negli Stati Uniti e che i governi di mezzo mondo ora stanno decidendo di vietare agli adolescenti.
Paolo Picchio con la fotografia della sua Carolina
Paolo Picchio con la fotografia della sua Carolina
Paolo, il processo per la morte di Carolina è stato il primo in Italia e in Europa a mettere sotto accusa i comportamenti virtuali – aggressioni e ingiurie – moltiplicati dalla potenza delle piattaforme. Come sono cambiate le cose in questi tredici anni dal suo punto di vista?
Per troppo tempo i social sono stati un sinonimo di libertà, senza confini o restrizioni, ma soprattutto senza la giusta responsabilità. Nel 2012, quando si svolsero i fatti – quella maledetta festa in cui fu girato il video di Carolina era stata organizzata in autunno – non c’erano precedenti. Non si parlava di cyberbullismo, al massimo di hacker o di pirateria. Internet da mobile era ancora molto caro e, più che con il telefonino, i ragazzi si collegavano ancora da pc. Per questo servizi come WhatsApp erano ancora poco utilizzare, rispetto agli SMS, di cui mia figlia era una consumatrice accanita. Oggi i ragazzi hanno il mondo nella tasca dei jeans, con le connessioni veloci e I Giga illimitati le possibilità sono infinite. Negli ultimi 15 anni abbiamo spalancato alle giovani generazioni uno scenario di opzioni illimitato, senza una bussola, senza un riferimento, senza calcolare i rischi di una vera e propria anarchia digitale. Ne stiamo pagando il prezzo.
Servono le leggi, i divieti?
La legge Carolina in Italia è servita, ma ancora di più il processo: non solo per l’ingresso dell’etica digitale in un dibattimento, ma per il fatto che sono stati individuati reati precisi nelle condotte di quei ragazzi. Oggi i giovani e le famiglie sanno perfettamente perché e a chi chiedere aiuto, con il lavoro di Fondazione Carolina lo misuriamo ogni giorno. Ma serve una rivoluzione culturale. Perché siamo noi cittadini, noi utenti a dover garantire, alimentare e custodire la nostra umanità, anche nell’ambiente digitale. Io dovrei essere il primo a odiare le piattaforme, ma col tempo ho imparato una cosa: ogni volta che scarichiamo una App, stipuliamo un contratto, siamo noi a farlo. In quella sorta di accordo si precisa addirittura il limite di età stabilito dalla media company: eppure oggi regaliamo gli smartphone ai bambini sotto i 10 anni! Nella vita sono stato dirigente d’azienda e conosco bene le logiche commerciali. I social network hanno attivato nel tempo percorsi di responsabilità e di apertura, ma senza una vera presa di coscienza non risolveremo il problema. Ci saranno sempre nuove tecnologie in grado di superare leggi e regolamenti. Serve dare strumenti, emotivi e informativi, per impattare, riconoscere e prevenire la violenza e i disagi che nascono o atterrano nel web.
Paolo Picchio parla davanti ai giovani
Paolo Picchio parla davanti ai giovani
Dai video rubati con i primi smartphone siamo passati alla diffusione pervasiva dei deepfake creati con l’IA...
Con la ricerca “Cuori e Algoritmi” il nostro Centro studi ha chiarito un aspetto importante: i ragazzi si confidano con i chatbot perché non hanno nessuno che li aiuti a riconoscere le proprie emozioni, a condividerle con gli altri e ad accogliere le ragioni altrui, anche quando non collimano con i loro desideri. Una volta la rabbia si palesava nelle piazze, negli scontri, nelle proteste verso la scuola, i genitori e le istituzioni. Tutte cose che oggi non interessano più. I nostri figli fuggono dai problemi perché non sanno come affrontare l’ansia e la paura del futuro. Si rifugiano nelle loro camere, dove chattano mentre guardano le serie in streaming, acquistano online e ordinano la cena, rigorosamente lontano dalla tavola. I genitori di oggi rischiano di passare alla storia per aver cresciuto la prima generazione che non vuole combattere, che preferisce affermarsi sui social che nella vita vera.
Come è cambiato, lei, nel corso di questi anni?
Dalla rabbia e dall’incredulità sono passato alla disperazione, poi grazie alla lettera di mia figlia ho fatto pace con la speranza. E ho fatto pace anche con Carolina, perché ho capito la grandezza del vuoto in cui è precipitata. Parlavamo di tutto, ma quello che le è successo, i motivi e gli strumenti del suo annientamento non erano nelle disponibilità di nessuno. Non c’erano precedenti, se non nella storia di una sua coetanea dall’altra parte dell’Atlantico, Amanda Todd. Parlando di rivoluzioni mancate, mia figlia è stata capace di farne una nonostante non fosse più in vita...

A proposito di quell’ultima lettera di Carolina, in cui scrisse la frase diventata quasi uno slogan «le parole fanno più male delle botte», lei recentemente ne ha scoperto una parte a cui non aveva prestato attenzione prima. Può raccontarci che significato ha?
Quando ho scritto il libro sulla storia di Caro (si intitola proprio Le parole fanno più male delle botte ed è edito da DeAgostini, ndr) ho ripreso in mano quei fogli e ho visto che in calce c’erano dei numeri di telefono. Cinque, in tutto, quelli dei suoi amici più cari. Dopo averli elencati, ha lasciato scritto di chiamarli per dire loro quanto gli volesse bene. Non c’era odio, né rancore, ma solo amore. Le sue ultime parole sono state d’amore. Quello che oggi illumina il cammino di migliaia di ragazze e ragazzi che si riconoscono nel suo sorriso. Questo, tutto questo, era ed è Carolina.
Carolina Picchio in una foto di archivio della Fondazione
Carolina Picchio in una foto di archivio della Fondazione

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