Come il debito sta moltiplicando i divari globali: «Perderemo una generazione»
Negli Stati fragili le conseguenze sociali legate al ripagamento debito si fanno drammatiche: per sanità e istruzione non restano risorse, mentre le famiglie non riescono più a sfamare i propri figli

Paolo M. Alfieri
Milano
Non più una variabile laterale dell’economia globale, ma una forza strutturale che agisce in profondità, capace di orientare bilanci pubblici, comprimere diritti sociali, alimentare instabilità politica. Se la discussione internazionale si concentra su guerre, riarmo e sicurezza, è il debito ad amplificare i divari tra il Nord e il Sud del mondo, mentre il finanziamento allo sviluppo scivola ai margini dell’agenda politica. Il nodo non riguarda solo i Paesi più poveri, com’era a inizio millennio, interessando anche economie medie ma vulnerabili, sempre più esposte agli choc climatici e finanziari. «Per ripagare gli interessi sul debito, il Malawi ha dovuto vendere tutto lo zucchero che produce, mentre per comprare benzina e fertilizzanti non c’è stata alternativa a raddoppiare le tasse – racconta ad Avvenire padre Piergiorgio Gamba, missionario monfortano a Balaka, cittadina nel Sud del piccolo Paese africano –. Questo colpisce i piccoli risparmi e le famiglie che già vivevano al limite».
Le parole del religioso offrono una chiave di lettura concreta a una dinamica che, nei rapporti internazionali, appare spesso astratta. Il quadro quantitativo delineato dall’Unctad nel rapporto "Un mondo di debiti" è netto. Il debito globale ha raggiunto i 104mila miliardi di dollari nel 2024, in aumento dai 97mila miliardi del 2023. Circa 31mila miliardi gravano sui Paesi in via di sviluppo. Ancora più significativo è il ritmo di crescita: negli ultimi dieci anni il debito delle economie fragili è aumentato a una velocità doppia rispetto a quello delle economie avanzate. Il servizio del debito è diventato il principale fattore di pressione: in un solo anno, gli interessi netti pagati dai Paesi vulnerabili sono cresciuti del 10%, arrivando a 921 miliardi di dollari. Il costo dell’accesso al credito resta inoltre fortemente asimmetrico: un bond decennale africano rende in media il 9,8%, uno latinoamericano il 7,1%, uno dell’Asia-Oceania il 5,5%, contro una media del 2,8% per un titolo statunitense nel periodo 2020-25. Per i Paesi fragili questo significa dover garantire rendimenti elevati pur di ottenere liquidità, ipotecando bilanci futuri già compressi.
Le conseguenze sociali sono dirette e misurabili. Secondo l’Unctad, 3,4 miliardi di persone vivono oggi in Stati che spendono più in interessi sul debito che in sanità o istruzione. Sono 61 Paesi, rispetto ai 54 di un anno prima. In questi contesti, l’accesso ai servizi di base resta limitato, mentre cresce il malcontento sociale. Le proteste esplose a più riprese in Kenya e in altri Paesi fragili, innescate anche dall’aumento della pressione fiscale legata agli aggiustamenti di bilancio, mostrano come la compressione dello spazio fiscale possa rapidamente tradursi in instabilità politica. Il drenaggio di risorse è peraltro ormai strutturale. Per il secondo anno consecutivo, i Paesi in via di sviluppo hanno registrato un deflusso netto di capitali: nel 2024 hanno rimborsato ai creditori esteri 25 miliardi di dollari in più rispetto a quanto ricevuto in nuovi finanziamenti. Un trasferimento netto di risorse dal Sud al Nord del mondo, che avviene mentre gli aiuti pubblici allo sviluppo sono in calo, in particolare quelli statunitensi legati a Usaid, ma anche quelli di diversi Paesi europei.
Anche il Rapporto internazionale sul debito di Banca mondiale, diffuso nelle scorse settimane, rafforza questa diagnosi. Tra il 2022 e il 2024 i Paesi a basso e medio reddito hanno trasferito ai creditori 741 miliardi di dollari più di quanto abbiano ottenuto in nuove erogazioni: il deflusso più ampio degli ultimi cinquant’anni. Lo stock complessivo del debito esterno dei Paesi in via di sviluppo ha toccato quota 8,9mila miliardi di dollari nel 2024, con 1,2mila miliardi concentrati nei Paesi più fragili assistiti dall’agenzia Ida.
I casi nazionali mostrano come questi numeri si traducano in scelte politiche dolorose. In Ghana, dopo il default e la ristrutturazione sostenuta dal Fondo monetario internazionale, il rapporto debito/Pil ha iniziato a ridursi. Tuttavia il profilo dei rimborsi resta critico, con forti concentrazioni previste tra il 2027 e il 2028, che rappresentano un rischio sociale e politico. In Zambia, la lunga trattativa con creditori pubblici e privati ha rallentato la ripresa, mentre in Sri Lanka la crisi del debito ha contribuito negli ultimi anni al collasso economico e a scossoni istituzionali. Haiti e Somalia restano intrappolate in una spirale in cui debito, fragilità istituzionale e crisi umanitarie si rafforzano a vicenda.
«Il debito estero è terribile soprattutto per l’altissimo tasso di interesse – prosegue dal Malawi padre Gamba –. Le cause di questo fallimento sono infinite: cambiamento climatico, epidemie, aumento dei carburanti, svalutazione, corruzione. Tutto porta a un circolo vizioso di nuovi prestiti». Il risultato, evidenzia ad Avvenire il missionario monfortano, è una disperazione diffusa che colpisce soprattutto i più giovani: «Molte bambine e ragazzine anche di nove anni sono allo sbando. Le famiglie non riescono più a sfamare i figli. Ma se perdiamo questi giovanissimi per strada, cosa resterà del domani?».
Sul piano strutturale, le possibilità di intervento restano limitate. Solo il 7% del debito pubblico a lungo termine dei Paesi in via di sviluppo è detenuto dai membri del Club di Parigi, mentre quasi il 60% è nelle mani di investitori privati, molto più restii a concessioni. Le ristrutturazioni, pur numerose, sono lente e spesso accompagnate da politiche fiscali restrittive che comprimono ulteriormente la spesa sociale. La parola giubileo suona simbolica, mentre resta ambiziosa la richiesta di riformare l’architettura finanziaria globale, coinvolgere i creditori privati, legare il debito alla giustizia climatica. Obiettivi rivelatisi difficili da tradurre in decisioni immediate: i governi del G20 riconoscono il problema, ma procedono per piccoli passi, spesso paralizzati dal timore di destabilizzare i mercati.
La riapertura dei mercati obbligazionari nel 2024, con afflussi netti per 80 miliardi di dollari verso i Paesi emergenti, non ha modificato il quadro di fondo. I tassi restano elevati, le scadenze ravvicinate, il margine per investire in sanità, istruzione e infrastrutture continua a ridursi. Il debito, più che un indicatore macroeconomico, si conferma un moltiplicatore di disuguaglianze. Finché questa dinamica resterà invariata, lo sviluppo del Sud del mondo resterà condizionato, e i divari globali continueranno ad approfondirsi.
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