La vita (e la cucina) nel carcere di Bollate: tutta la storia di “Nonna Galeotta”
di Pierfranco Redaelli, Milano
Silvia Polleri, educatrice 75enne, con due figli e tre nipoti, spende gran parte del suo tempo accanto ai detenuti nella casa di reclusione milanese diventata un modello per costruire il futuro dopo il fine pena. Anche grazie al suo corso di scuola alberghiera

«La rivoluzione pacifica delle carceri parte da piccoli gesti che hanno a cuore la dignità di chi sta scontando la pena». Questo il messaggio di Silvia Polleri, nickname «Nonna Galeotta», che da 21 anni spende gran parte della sua quotidianità accanto ai carcerati di Bollate, per farli sentire meno soli, per trasmettere loro quello che per anni aveva detto Papa Francesco: «Ogni volta che entro in questi luoghi mi domando perché loro e non io. Non mi dimentico di te». Nonna Galeotta, 75 anni, due figli, tre nipoti, un entusiasmo, una voglia di spendersi in favore di chi ha avuto meno dalla vita, entra nel carcere di Bollate dopo aver vissuto per 22 anni la scuola come educatrice scolastica, con «Abc la sapienza in tavola» cooperativa sociale, con l’intento di favorire il recupero di detenuti che avevano nel passato operato nel campo della ristorazione. «Un nome lungo – riconosce Silvia – ma sempre attuale perché scelto proprio dai detenuti». Nasce così il primo catering che vede lavorare all’interno di Bollate i primi 5 lavoratori svantaggiati, grazie all’articolo 21, come misura alternativa. Un salto di qualità, con i carcerati che non sono più a carico dello Stato, ma con il lavoro, con la busta paga diventano contribuenti. Preziosa è stata la presenza dell’allora direttrice Lucia Castellano, che ha favorito la nascita del primo servizio in Italia di catering svolto da carcerati durante allestimenti di fiere, matrimoni e convegni svolto sotto lo sguardo di guardie carcerarie in borghese. Dopo solo due anni sono oltre 2 mila i servizi effettuati a Milano, in provincia, e in tutta la Lombardia.

«Non solo occupazione, ma spazi lavorativi che trasmettono ai reclusi il valore, il culto per il lavoro – dice la Polleri – con prestazioni forti del contratto occupazionale, al quale si accompagna per il detenuto l’impegno ad onorare l’attività con la garanzia, a fine pena, di aver ottenuto un curriculum lavorativo aggiornato.» Ad oggi sono 19 le persone che lavorano all’interno dell’istituto di pena di Bollate con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il 2012 è un’altra data importante per Nonna Galeotta. Grazie alla presidenza dell’Istituto Professionale Paolo Frisi di Milano, il corso di Scuola Alberghiera entra in carcere offrendo la possibilità di conseguire un diploma quinquennale con competenze, attraverso un percorso didattico-formativo che offre la possibilità del reinserimento, raggiunto il fine pena, nella società. Abc ha da sempre un sogno ambizioso, il completamento del percorso riabilitativo. Nel 2015 apre nel Carcere di Bollate «InGalera- il ristorante del Carcere più stellato d’Italia» il primo dentro un carcere, aperto a tutti e gestito dai detenuti. Ed è anche il primo e unico stellato in Italia. «L’importanza di questo ristorante – aggiunge Polleri - sta nel fatto che sono le persone che entrano nei ristretti spazi carcerari, con positivi effetti per i reclusi che si vedono cancellare lo stigma che divide “loro” da “noi”».
In 10 anni sono più di 200mila le persone che hanno pranzato e cenato all’interno del carcere di Bollate, gustando i piatti preparati da chef stellati, ottenendo così l’obiettivo di far apprezzare l’accoglienza della sala, ma soprattutto di abbattere le barriere fra coloro che sono privati dalla libertà e il mondo esterno. Un’opportunità per vivere l’esperienza di quanto un carcere moderno può fare per il detenuto e la sua riabilitazione . Un percorso che permette a chi si è reso protagonista di un reato, di poter a fine pena rientrare nella vita della comunità. «Un altro carcere deve essere possibile – dice Polleri – a partire da una dignità che anche fra le sbarre del carcere ha la sua pietra angolare nel lavoro, con uno stipendio dignitoso, ma anche con possibilità e strumenti con i quali potersi costruire un prossimo futuro. Non tutto è facile, non tutto finisce bene. Ma vale la pena provarci».
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