sabato 6 aprile 2019
Esposto di Mediterranea contro il governo italiano. Ecco perché i libici si rifiutano di dare soccorso in mare e indicazioni alle Ong. Lo scontro con Salvini sul separare le famiglie
(Fabian Heinz/Sea-eye.org)

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La nave Alan Kurdi è a 24 miglia dall'isola di Malta ed è in attesa di ricevere indicazioni riguardo un porto sicuro, dopo che l'Italia non le ha concesso di approdare a Lampedusa.

La Ong tedesca Sea-Eye ha attaccato fortemente Salvini su Twitter dopo la proposta di separare le famiglie e far scendere soltanto le due mamme con i bambini ma senza i padri. Una richiesta respinta venerdì dalle stesse persone coinvolte: «Non ha umiliato solo i naufraghi - hanno scritto sul social network -, ma sfrutta tutto e tutti per ottenere il massimo vantaggio possibile da questa situazione».

Come già accaduto il ministro dell'Interno contro-replica e gestisce la tragedia umanitaria in corso a colpi di tweet: «Dietrofront, nave Ong diretta a Malta. Molto bene, in Italia non si passa. #portichiusi».
«È assurdo che ogni volta si ripeta la stessa situazione e che si batta il pugno sulla vita di persone fragili», ha sottolineato don Carmelo Lamagra. Il parroco di Lampedusa, che insieme ad associazioni, giovani e famiglie dell’isola è tra i protagonisti dell’accoglienza fa un appello alla politica: «È inaccettabile la proposta di far scendere solo le donne con i figli, separandole dai mariti. Un governo, che dice di difendere la famiglia, tenga queste famiglie unite».

Nell'attesa che una mediazione politica a livello europea e un passo in avanti di Malta risolva il caso della Sea-Eye, è la stessa Ong tedesca a raccogliere e presentare le storie, il passato e le attese delle persone che avrebbero potuto annegare nel Mediterraneo e ora sono salve a bordo della nave Alan Kurdi.

Nel primo video racconto è Evans, donna nigeriana a raccontarsi: "Vi prego di aiutarci. Sappiamo che è pericolosa la traversata verso l'Europa, ma non abbiamo altra scelta che lasciare la Libia".

MEDITERRANEA: ESPOSTO IN PROCURA PER IL BLOCCO NAVALE CONTRO LA NAVE ALAN KURDI

Intanto l'odissea in mare va avanti per la nave che porta il nome del piccolo curdo-siriano, trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia nel 2015, e trova alleati sulla terraferma: «Abbiamo appena depositato un esposto alla Procura di Agrigento, redatto col supporto del team di Mediterranea, contro il governo italiano» per verificare le gravissime violazioni di leggi nazionali e convenzioni internazionali nel caso del blocco navale operato contro la Alan Kurdi al largo di Lampedusa, «perché quelli erano ordini illegali». Lo riferisce Alessandra Sciurba, assistente legale di Mediterranea Saving Humans. L'esposto è firmato, tra gli altri, da Filippo Miraglia, Cecilia Strada, Francesca Chiavacci e Sandro Mezzadra.

SEA-EYE: «MARE GROSSO E PRESTO SENZA PROVVISTE E ACQUA»
In alto mare però le condizioni meteo non perdonano e lasciano poco scampo all'equipaggio della Sea-Eye che è ancora senza un'indicazione di place of safety a tre giorni dal soccorso avvenuto mercoledì 3 aprile: «Siamo preoccupati per le condizioni del tempo, noi seguiremo le istruzioni delle autorità maltesi di non entrare in acque maltesi senza permesso, ma non possiamo sostenere questa situazione per molti giorni» ha raccontato al Times of Malta Gordon Isler, portavoce della Sea-Eye che con 64 persone a bordo della Alan Kurdi sta facendo rotta verso Malta. "Speriamo che il vostro primo ministro ci aiuti" ha aggiunto riferendosi al premier maltese Joseph Muscat, il portavoce della Ong sottolineando come a bordo della nave "presto mancheranno acqua potabile e cibo". "Ci sarà tempo per discutere con altri politici per soluzioni più a lungo termine, ma per il momento 64 persone hanno bisogno di aiuto, urgentemente", ha concluso Gordon Isler. Interpellato dal giornale maltese, un portavoce del premier Muscat ha riferito che il governo della Valletta, che in precedenza ha negato alla nave il permesso di attraccare, "sta monitorando la situazione".

(Fabian Heinz'Sea-eye.org)

(Fabian Heinz/Sea-eye.org)

DOPO IL SOCCORSO LA NAVE ALAN KURDI HA CONTATTATO ANCHE I LIBICI PER AVERE ISTRUZIONI: NESSUNA RISPOSTA

Da una serie di documenti ottenuti da Avvenire e acquisiti dalle autorità italiane, è arrivata la conferma che i libici si rifiutano di prestare i soccorsi e dare indicazioni alle Ong, spingendo le navi di salvataggio verso Lampedusa. La Sar libica, l’area di ricerca e soccorso che Tripoli si è attribuita, di fatto non esiste. E il governo italiano adesso ne ha le prove. Alcune comunicazioni ottenute ribadiscono la completa latitanza della cosiddetta Guardia costiera di Tripoli.

Esponenti del governo italiano hanno sempre rimproverato alle Ong di non coordinarsi con i libici. Ma dalla nave Alan Kurdi, dopo avere salvato i 64 migranti che la Libia si era rifiutata di cercare, hanno contattato il centro di coordinamento e soccorso di Tripoli a cui hanno domandato istruzioni. Le autorità libiche, dunque, avrebbero potuto indicare un porto di sbarco o chiedere il trasbordo dei migranti su proprie motovedette. Ma non hanno mai risposto. Fonti ufficiali italiane hanno permesso di visionare i messaggi trasmessi dal ponte di comando della Alan Kurdi.

Le richieste partite dalla nave sono state recapitate via mail sia alla cosiddetta Guardia costiera libica sia alle centrali di intervento a Tunisi, Roma, La Valletta e Amburgo. Da Tripoli nessuna risposta nonostante i ripetuti tentativi di contattare «il centro di coordinamento e soccorso più vicino», si legge in una delle comunicazioni di giovedì. E alle 15,30 di giovedì dalla nave Alan Kurdi, dopo avere atteso un segnale da Tripoli, avvertono Roma che «non avendo ottenuto alcuna risposta alla nostra immediata richiesta, facciamo rotta verso Lampedusa e vi chiediamo l’assegnazione di un porto sicuro di sbarco».
L’isola italiana, infatti, è il punto di approdo più vicino all'area nella quale era intervenuta la nave di Sea-Eye.

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