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Agricoltori, margini al minimo

Andrea Zaghi sabato 26 gennaio 2008
Ridurre la «forbice» fra prezzi alla produzione e prezzi al consumo. Il problema del mercato dei prodotti agroalimentari è sempre questo. Adesso, tuttavia, l'urgenza di porre mano alla questione sembra accresciuta dalle ultime notizie sulla congiuntura, dal fatto che sempre meno famiglie arrivano alla fine del mese, dalle condizioni precarie in cui la stessa produzione agricola si ritrova (anche se non mancano successi settoriali).
La riproposta dell'obiettivo fondamentale per l'equilibrio alimentare del Paese, è arrivata dopo gli ultimi dati sull'andamento dei consumi prodotti da Confcommercio. Numeri chiari che, sostanzialmente, confermano uno spostamento del valore dalla produzione verso i passaggi terminali della filiera.
Negli ultimi anni, spiega Confcommercio, negli alimentari il margine lordo del commercio è aumentato al 43% del valore totale del prodotto, dal 37% del 2000. Il margine del trasporto nello stesso periodo è aumentato all'11% dall'8 per cento del 2000.
Cala al contrario il reddito per l'agricoltura, che passa dal 25% del 2000 al 19% del 2006. Stesso discorso per l'industria alimentare, che cala dal 17% del 2000 al 16% del 2006. Risultati provocati anche dall'andamento dell'inflazione alimentare che, sempre secondo Confcommercio, nei primi 10 mesi del 2007 è stata per pane e cereali il 2,9%.
Una situazione che spinge appunto ad una richiesta sola: avvicinare i prezzi di vendita alla produzione con quelli al dettaglio. Anche perché la tendenza dei consumi continua ad essere negativa. La situazione, secondo Coldiretti, investe prodotti come carne, olio, pane e pasta che rappresentano una componente importante della spesa alimentare, che intanto, per effetto dei prezzi, è complessivamente salita a 467 euro al mese per famiglia pari al 19% del totale delle spese. Ma la «chiusura» della forbice probabilmente non basta. Sono proprio i coltivatori, infatti, ad insistere anche su altri elementi come la trasparenza dell'informazione, l'accorciamento delle tappe che portano il prodotto dal campo alla tavola e, quindi, l'intervento sulle filiere inefficienti che perdono valore senza ritardare le necessarie ristrutturazioni». Già, perché è proprio nelle filiere che la situazione si complica. Per capire qualcosa in più basta per esempio guardare dentro a quella del latte. Una indagine recente di Ismea, ha sottolineato che le aziende lattiere, a fronte di una forte dipendenza dal mercato delle materie prime, non riescono ad influenzare l'offerta e ad influire in modo significativo sul prezzo al consumo che, invece, dipende fortemente dall'andamento dei prodotti lattiero caseari sul mercato mondiale.
Insomma, il gioco fra margini di redditività e costi di produzione, fra accordi di cooperazione e struttura della produzione, continuano ad essere il terreno su cui si può giocare una buona parte del futuro dell'agroalimentare italiano. Una partita in cui, a quanto pare, gli agricoltori non riescono ancora a trovare un ruolo che ne valorizzi l'importanza.