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Moda e islam. Hijab anche per le bambine. Tradizione o costrizione?

Asmae Dachan martedì 23 ottobre 2018

Foto archivio Ansa

Gli appassionati di moda si dividono sulla scelta di alcune multinazionali di inserire tra i loro prodotti hijab per bambine musulmane. La polemica era partita dalla Francia, Paese notoriamente ostile ad ogni forma di simbolo religioso esposto nei luoghi pubblici, a seguito dell’avvio di campagne pubblicitarie da parte dell’azienda Gap, che ritraggono anche bambine col velo.

L’ultima diatriba vede invece coinvolta la britannica Marc & Spencer, che sul suo sito Internet sta promuovendo veli a mo’ di cappuccio, totalmente neri, destinati alle bambine. L’azienda si è difesa sui social media rispondendo che fornisce divise scolastiche a oltre duecento istituti e che alcuni hanno chiesto hijab che siano in tinta con le uniformi scolastiche, destinati alle musulmane. Da un lato c’è chi difende le aziende, affermando che queste stiano solo intercettando e rispondendo a un’esigenza di mercato, per altri, invece, il problema riguarda le destinatarie delle offerte. Il cuore della questione, infatti, è chiedersi se sia giusto o meno che delle bimbe portino il velo.

Da un punto di vista teologico, le interpretazioni favorevoli al velo indicano che lo stesso sia indicato dall’età della pubertà, l’«età della consapevolezza». Il principio è che a una maturità del corpo corrisponda una crescita anche dal punto di vista intellettivo, culturale e umano. Questo significa che le bambine non dovrebbero portarlo, così come, più in generale, ai bambini non è richiesto di eseguire le 5 orazioni o osservare il digiuno. Va ricordato poi che pratica di fede nell’islam è considerata un rapporto diretto tra la persona e Dio, quindi non può essere né imposta, né in alcun modo forzata. Non è insolito, però, vedere bimbe col capo coperto: può capitare se si va nei luoghi di preghiera o se si partecipa a una festività religiosa, ma in contesti diversi come la scuola, significa che le bambine vengono spinte o obbligate dalle famiglie.

L’obbligatorietà non è compatibile con il principio della scelta e della consapevolezza, in nessun caso, per cui quella delle bimbe velate non può essere considerata tanto una questione religiosa, quanto un problema di tradizioni e di retaggi culturali duri a morire. L’integrazione dei musulmani in Occidente passa attraverso molte vie e si confronta con la legalità, la cultura, le tradizioni dei vari Paesi in cui arrivano o in cui vivono i fedeli dell’islam. In un contesto in cui c’è sempre maggiore tutela e attenzione, dal punto di vista giuridico, sociale e culturale, ai diritti dell’infanzia, scontrarsi con simili situazioni non fa che accrescere le difficoltà di arrivare a un confronto costruttivo.

Se agli occhi di chi vive in Paesi a maggioranza musulmana una bimba velata può sembrare una «fedele precoce», agli occhi di chi vive in contesti laici e liberali una bambina col capo coperto viene considerata come vittima di un’imposizione e ne consegue una polemica accesa contro chi in qualche modo asseconda tale imposizione. Non sono di certo le case di moda che sdoganano il velo tra le bimbe, ma il fatto che per intercettare una qualche esigenza di mercato si creino prodotti ad hoc, non è un buon segno. Le aziende possono ingegnarsi pensando a un pubblico adulto.

Ben vengano i prodotti come i hijab traspiranti ed elasticizzati pensati per le donne che scelgono di portare il velo e praticano sport, ma commercializzare hijab che abbiano come «target» le bambine, è diverso.