Chiesa

L?analisi. Davanti alle ferite del mondo il senso del nostro "grazie"

Chiara Giaccardi domenica 9 aprile 2023

«Chi ci darà coraggio? Dov'è la nostra speranza? / Alto si leva il lamento sopra le nostre vie. / Patria dell'uomo è l'uomo e noi siamo tutti in esilio». Questa invocazione di Margherita Guidacci dà voce, oggi, al nostro sentire. Il mondo è un’unica ferita che sanguina, da qualunque parte lo si guardi. La guerra – le guerre – è forse la cifra distintiva di questo tempo di Pasqua. Ma non è l’unica fonte di sofferenza.

E allora, dov’è la nostra speranza? Abbiamo ascoltato, nella Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, le voci di tanti testimoni-martiri (la parola etimologicamente è la stessa): eppure, quelle voci ferite nella carne non hanno portato un messaggio di rancore, odio, vendetta. Piuttosto, una brezza leggera di perdono, speranza, fratellanza, pace. Un messaggio non astrattamente edificante, perché passato dalla carne martoriata.

Allora si può: pronunciarlo e ascoltarlo. Nella carne ferita, la speranza incarnata. La croce è un chiasmo. Non una semplice figura retorica, ma l’intreccio di due spinte in direzione opposta (la terra e il cielo, la morte e la vita, gli uomini e Dio), nel cui punto di intersezione (Gesù) si opera lo scambio: la trasformazione, la trasfigurazione, il rovesciamento.

La croce non cancella uno dei due opposti per affermare l’altro: non cancella la terra per affermare il cielo, non cancella l’uomo per affermare Dio. Non cancella la sofferenza per far trionfare la gloria, o l’umiliazione per esaltare la potenza. La croce non annulla: la croce assume e trasfigura.

Per questo la croce è scandalo, inciampo. Perché supera la nostra logica stretta (se è così, allora...) e rompe lo schema della reazione, per inaugurare un modo nuovo di guardare il mondo, e di viverlo. Dove la logica lineare giustifica odio, risentimento, vendetta, la logica della croce vede perdono e grazia. Ma non si può arrivare alla vita se non si accetta la morte: del proprio ego autoriferito in primis, e poi delle pretese di controllo, dei sogni di sovranità, dello sforzo di “mettere in sicurezza” le nostre vite, e perfino la nostra fede.

A noi umani non piace inciampare. Ma se la paura di cadere ci paralizza non riusciremo mai a camminare – questo lo sanno anche i bambini piccoli. Senza cadere non ci si può rialzare. Senza la morte non sappiamo cos’è la vita. A noi umani piacciono le definizioni, le categorie, le etichette, il principio di non contraddizione, i sillogismi. Ma la vita eccede tutte le forme: che servono, certo, ma nella consapevolezza della loro strutturale inadeguatezza, e quindi necessaria apertura.

La croce è un paradosso, la vita è un paradosso. E il paradosso è la logica dell’eccedenza, non della misura stretta. La croce è una contraddizione che rompe i nostri schemi e li apre a un “di più” di vita. Ma senza passare dalla morte, dal limite, non si compie il passaggio alla vita piena. E Pasqua vuol dire “passaggio”. Il nostro sogno di annientare ogni limite, magari anche di cancellare la morte, è un’aspirazione mortifera. Quale vita ci aspetta in questa direzione? Consegnarci ad algoritmi e metaversi non accrescerà la nostra libertà, anzi. La croce, piantata nella terra e rivolta verso un cielo che dilata le nostre vite e il nostro respiro, ci apre invece una via di libertà, oltre che di fraternità. E le due cose, nella logica eccedente del paradosso, vanno insieme.

Allora, con papa Francesco, anche di fronte alle ferite del mondo, possiamo dire “grazie”. Perché la vittoria della vita, nella Pasqua, è una vittoria di chi non vuol vincere, ma si lascia vincere da qualcosa di più grande. Dall’Amore, che muta le lacrime in danza. Con le parole di Novalis: «Lo dico a tutti che è vivo / Ed è risorto, / Che in mezzo a noi si libra / E ci è per sempre accanto. / Lo dico a tutti, e ciascuno / Subito lo ripete agli amici,/ Che dovunque in un’alba improvvisa / spunta il nuovo regno dei cieli. / Egli vive, e per sempre / al nostro fianco rimane, / anche se tutto ci abbandona! / Così sarà per noi / l’alba di questo giorno / Una festa che rinnova il mondo».