Attualità

Il caso. Roma, spunta una tassa per le processioni religiose

Mimmo Muolo sabato 18 febbraio 2017

Un fax di sei righe scritto in burocratese, ma che stavolta non lascia adito a dubbi (qui trovi l'originale). «In prossimità delle festività pasquali il nostro municipio informa i Parroci delle parrocchie interessate, che il modello inerente la richiesta in oggetto (domande per le processioni dello stesso periodo, ndr) è reperibile sul sito del IV municipio - servizi al cittadino - modulistica- commercio - occupazione suolo pubblico o presso il medesimo ufficio».

Sì, avete letto bene. Il IV municipio di Roma (zona Pietralata, alla periferia sud-est, amministrato dal Movimento 5Stelle) chiede alle 18 parrocchie che insistono sul suo territorio di pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico in occasione delle processioni o delle via crucis che dovessero svolgersi lungo le vie del quartiere: in soldoni 70 euro «per rimborso spese istruttoria» più altri 16 per il bollo, oltre naturalmente al Canone da determinare (ma in questo caso in base a quali criteri?).

La via crucis o la processione religiosa, dunque, alla stregua delle bancarelle commerciali o dei gazebo di bar e ristoranti o delle impalcature per lavori di restauro. Con tanto di indicazione dei moduli da riempire, dell’ufficio dove recarsi per pagare e del termine entro cui effettuare il tutto: il 4 marzo prossimo. Servizi al cittadino, appunto. «Quando mi è arrivato il fax non sapevo se piangere o ridere – dice ad Avvenire don Fabrizio Biffi, parroco di San Fedele da Sigmaringa a via Mesula, che ha sollevato il caso –. Poi ho scelto la strada dell’ironia, come tutti hanno potuto leggere sul sito internet della parrocchia. Una cosa è certa. Si tratta di un provvedimento che non ha nessuna giustificazione».

L’ironia di don Fabrizio è tutto sommato bonaria, ma senza rinunciare ad alcune efficaci stoccate. «Non temete e non vi preoccupate – scrive alla Presidente del Municipio, Roberta Della Casa – perché la nostra parrocchia non farà richiesta. Ci disturba un po’ relegare una processione del Venerdì di quaresima ad attività commerciale, con occupazione di suolo pubblico. Anzi vi promettiamo che saremo attenti a non consumare ulteriormente le strade. Dopo le nostre processioni, con tutti quei danni che fanno le scarpe con il loro attrito, e con le preghiere che pesano sul-l’asfalto, come potremmo dormire sonni tranquilli? Complimenti, siete riusciti a eliminare il problema. Non facendo processioni, certamente ci saranno meno buche e voi avrete meno spese».

Chiaro il riferimento alle strade di Roma, il cui asfalto da diversi anni versa in condizioni pietose. Don Biffi conferma anche al telefono la sua intenzione di rinunciare per quest’anno alla Via Crucis che tradizionalmente teneva il venerdì precedente a quello Santo. «Gli altri anni – spiega – facevamo una semplice comunicazione alla questura e al comando dei vigili di via Fiorentini e qualche volta ci mandavano la pattuglia. Ma una richiesta del genere non si era mai vista.

Vorrà dire che la faremo all’interno della parrocchia, perché essere paragonati agli esercizi commerciali proprio no». In effetti il provvedimento amministrativo appare abbastanza singolare. E potrebbe avere persino profili di incostituzionalità, andando a ledere l’intangibile diritto alla libertà di culto. È quanto filtra, in assenza per ora di reazioni ufficiali, da ambienti vicini al Vicariato di Roma. Il caso di processioni religiose, infatti, non è assolutamente configurabile come occupazione di spazio pubblico, dato che i fedeli si limitano a percorrere una strada in un dato tempo.

Come per tutte le manifestazioni che implicano un minimo di ordine pubblico bisogna semplicemente darne comunicazione agli organi preposti, ma non c’è neanche bisogno di una autorizzazione. Di solito poi vengono inviate sul posto una o più pattuglie della polizia municipale, per fermare il traffico il tempo strettamente necessario al passaggio della processione e garantire l’incolumità dei fedeli. Da questo punto di vista le processioni sono assimilabili ai cortei sindacali e politici e ad altre manifestazioni di manifestazione del pensiero, che hanno nella Costituzione una analoga garanzia.

Diverso sarebbe il caso di restauro della facciata di una chiesa, che richieda il posizionamento di impalcature e l’apertura di un cantiere su porzioni di suolo pubblico. Oppure il caso di una festa, anche parrocchiale, che preveda l’uso di un palco ad esempio sul sagrato o sulla piazza antistante la Chiesa. In questi casi effettivamente si paga l’occupazione del suolo e si così, viene sottolineato, si è sempre fatto a Roma. Perché dunque il provvedimento del IV municipio non tiene conto di queste norme? 'Semplice' ignoranza, o qualcosa di più, da parte di un municipio che come scrive don Biffi, «oltre che laico è forse anche un tantino prevenuto? ».