Attualità

Reportage. Quinto Romano: «La città si ricordi di noi»

Claudio Monici lunedì 28 aprile 2014
Entrare a Quinto Romano, margine occidentale di Milano, è come sbarcare da una astronave partita dal pianeta madre, i caratteri della città, diventano più vaghi, fino a confondersi e perdersi nella quiete di antiche cascine dove i manzi muggiscono nella stalle e attorno sono prati di campagna che si vestono di primavera. E nella piazzetta il vociare è quello del bar e del bicchiere di vino. Non ci si deve sorprendere più di tanto se poi, al volgere del tramonto, quando il sole è una palla di fuoco, vedrete un leprotto balzellare sul marciapiede di via Fantasio Piccoli, a quattro passi dalla chiesa della Madonna della Divina Provvidenza. No, non si è perduto il piccolo animale selvatico, lui abita proprio qui, libero, in una tana nel cortile delle scuole dell’infanzia. Don Gabriele Carlo Spinelli, il parroco, non ci mette un secondo nel presentarsi così: «Sono un prete cattivo». In realtà dice questo soltanto per spiazzare l’interlocutore, anche se a volte è costretto a evidenziare questo «carattere» quando le richieste che gli vengono sottoposte proprio non possono essere esaudite, come quelle, ad esempio, di far della parrocchia un tatsebao, una bacheca pubblica, di annunci pubblicitari. E poi come può essere cattivo un prete che trascorre ogni momento libero che riesce a ricavare dai suoi impegni, mettendosi ancora a disposizione delle persone aspettando chi chiede bisogno entrando nel suo oratorio?Gli schiamazzi sono quelli dei ragazzi che rincorrono la palla, mentre ai tavolini un gruppo di pensionati si sfidano al gioco delle carte, sull’altro lato delle signore dai capelli bianchi chiacchierano facendosi compagnia con gazzosa e caffè. E poi ci sono le giovani mamme che scrutano attente i loro pargoletti che si dilettano nel gioco dello scivolo. «Posti di aggregazione, qui quasi niente. Sì, c’è l’oratorio, qualche bar, i giardinetti, la cooperativa. Siamo rimasti un luogo con la sua anima da paesotto, per via del fatto che siamo circondati da una cintura di verde, Bosco in città e Parco delle cave, che ci chiude rispetto alla città. Qui ci conosciamo tutti e c’è tanta solidarietà e volontariato nelle sue molteplici espressioni, laico e religioso, a cominciare da quello del buon vicinato. Quello dello scambiarsi i favori io faccio una cosa per te , tu la farai a me. E poi il fatto di sentirci ancora paese lo si capisce dal modo in cui la gente guarda a Milano, dicono: "Ehi don, prendiamo la corriera, e andiamo in città», racconta don Gabriele.In parrocchia si sta mettendo mano all’archivio cartaceo, un lavoro lungo, setacciando documenti redatti con penna e calamaio e che partono dal 1827. Proprio in questi giorni nella mani di don Gabriele è capitata una lettera datata 26 aprile 1945, scriveva don Giuseppe Bollini, parroco di allora: «La guerra in Italia è finita! Sia ringraziato il Signore! Il fascismo muore. Giorni di vendetta e di odio seminano sangue e dolori nelle nostre famiglie. Ritorna la libertà: ma quale libertà?». Il prevosto fa parte del Comitato di Liberazione Nazionale ed evita in paese delle uccisioni, come evitò l’incendio del paese per opera della "Muti" la milizia fascista, responsabile in quei tragici anni di rastrellamenti, violenze e fucilazioni.Anche Quinto Romano ha commemorato «i suoi caduti», i partigiani e i soldati delle due grandi guerre, le corone di alloro con la coccarda del «Comune di Milano» sventolano dove la memoria e una lapide ricorda quegli anni infausti, come sul muro dell’ asilo parrocchiale in via Arpino dove stanno elencati i nomi di chi perse la vita in quei tragici episodi di guerra. Peccato che le vecchie corone di alloro rinsecchito sostituite da quelle nuove, siano state abbandonate sul marciapiede opposto, a ridosso della centralina della Aem. Di poca importanza? Forse, ma anche in questi dettagli si può trarre attenzione da come vengono ricordate le «piccole cose», le cose semplici.«Quanto distante è Milano? La lontananza passa attraverso l’età della nostra gente. Vede – spiega don Gabriele –, siamo circa 5.030 anime, e la soglia di età tra i 40 e i 65 anni è tra le più alte di Milano, e per gli anziani la città, in un certo qual modo, è sentita lontana. Esiste il bus per andare in centro, ma la cultura siamo noi che ce la dobbiamo inventare, costruire ogni giorno. E così ci siamo inventati i "Venerdì del pensare", perché la vita non è fatta solo di ballo e salamelle: cosa c’è di più nobile dell’ascoltare e vedere per capire e conoscere? Se chiediamo a quei ragazzi – e don Gabriele indica con un dito un gruppo di giovani a cavallo dei 15 anni di età – che cosa significa 25 aprile o che cosa è accaduto a Dachau, non sanno rispondere. Io sono certo che la gente oggi è disorientata: una macchina per me, una per mia moglie, una per mio figlio. Tutti che devono possedere l’ultima diavoleria elettronica. Frulliamo tutto e ne viene fuori una povertà di cuore, valori fasulli, scelte sbagliate e il portafogli vuoto. Vedo spesso che gli ideali delle giovani generazioni, che se non hanno un accendino in tasca, si sentono persi perché non sanno come accendere un fiammifero, sono prevalentemente effimeri e volubili e poi non si parla più. Non ci si confronta. Oggi esiste il famoso "Twitter", il cinguettio, ma che cosa trasmetto così: valori o idiozia?».Quinto Romano è l’ultimo quartiere di Milano, «periferia dell’umano», dove le scelte dei giovani che si lanciano nella vita sono affidate alla scuola per parrucchiera o frequentando un istituto alberghiero. Don Gabriele insiste: «Dobbiamo parlarci di più, consapevoli però che bisogna sapere anche ascoltare. Vabbè, quando ero al seminario, durante certe lezioni, leggevo il giornale. Ma almeno mi tenevo informato».Alzando lo sguardo oltre la località il Bosco, oltre gli sfasciacarrozze e i meccanici di strada, dove poter reperire un pezzo di ricambio usato per la propria auto, si vedono i tetti dei prefabbricati che ancora ospitano qualche famiglia di sfollati della guerra nell’ex Jugoslavia che non si sa dove mettere e lì accanto ci sono i villaggetti dei container dove alloggiano i siriani, altre vittime di una moderna guerra a noi vicina. Una periferia che vuole crescere. Anche perché a dispetto della dimenticanza di cui sembra fatta oggetto dalla grande città, al futuro, Quinto Romano, c’è molto vicina. Oltrepassando il grande piazzale nato come parcheggio per i Mondiali di calcio 1990, che sembra un terreno incolto, andando a braccetto con un pezzo di Tangenziale Ovest e quel martellante rumore di auto che non smette mai di ronzare come un esercito di zanzare, giorno e notte, saltando il canale che dovrà diventare la contestata «Via d’Acqua», dopo avere anche notato le tante prostitute e prostituti che a ogni ora del giorno si vendono in via Novara, si scoprono le propaggini di Expo 2015. Quella scommessa che Milano vuole vincere a tutti i costi.