Agorà

STORIA. Pio IX e il doppio Risorgimento

Bruno Vespa venerdì 5 novembre 2010
Fu il nuovo pontefice, Pio IX, a imprimere sorprendentemente una svolta ai desideri di una riscossa italiana. Eletto in giugno, nominò in agosto segretario di Stato il cardinale Pasquale Gizzi, assai benvoluto dai liberali. I ministeri furono immediatamente riformati in senso, diciamo così, democratico, così come i codici, riaperto il Senato municipale, costruite scuole e ferrovie in tutto lo Stato pontificio. E, soprattutto, fu concessa la libertà di stampa, che da sola valeva cento rivoluzioni. «E Roma fu un carnevale» scrisse Cesare Cantù (Gli ultimi trent’anni) commentando il primo anno e mezzo del nuovo pontificato. «Ogni giorno corso, battimani, inni, serenate; tripudio quando il papa usciva, quando villeggiava, quando tornava». (L’atteggiamento di Pio IX aveva provocato l’ironia un po’ acida di Giuseppe Gioachino Belli: «O Dio, Dio! Tutta l’Italia mi pare un pollaio. Non si sente gridar che: Pio, Pio».) E Angela Pellicciari, nel libro L’altro Risorgimento, annota che perfino la moda femminile si adeguò al nuovo clima: i colori dominanti furono quelli pontifici, bianco e giallo. L’eco di questi provvedimenti fu pari alla sorpresa, cioè enorme. Mazzini, che fino a poco tempo prima il papa l’avrebbe fatto arrosto, gli offrì di guidare la rivoluzione italiana. Garibaldi, altro mangiapreti convinto, gli offrì dall’Uruguay la propria spada. A Vincenzo Gioberti, che aveva sempre sperato in una rivoluzione guidata dal Vaticano, sembrò di sognare. Si tornò a parlare di una Lega degli Stati italiani guidata dal papa. La Pellicciari ricorda che già nel 1833 Ferdinando II di Borbone aveva proposto a Gregorio XVI un’iniziativa analoga, che il pontefice aveva rifiutato perché incarichi militari legati a una tale funzione avrebbero contraddetto la sua missione spirituale. Pio IX, invece, sarebbe stato favorevole a una Lega doganale tra i diversi Stati italiani, premessa per una Lega politica, ma l’impresa sarebbe fallita per l’opposizione del Piemonte. (…) Il papa aveva nominato primo ministro Pellegrino Rossi, un intellettuale moderato che avrebbe dovuto tenere a bada, al tempo stesso, reazionari e rivoluzionari. Questi si fronteggiavano pericolosamente dopo che il 29 aprile 1848 Pio IX, ritirando il contingente romano dalla prima guerra d’indipendenza, aveva impresso una svolta conservatrice al proprio pontificato. Il 15 novembre, mentre si stava recando a piedi al palazzo della Cancelleria per l’apertura della Camera, Rossi fu assassinato da un gruppo di facinorosi. Il papa nominò subito un nuovo governo, salvo prenderne immediatamente le distanze e fuggire verso Napoli la notte del 24 novembre. In città s’insediò allora un governo provvisorio, che indisse per il gennaio successivo elezioni a suffragio universale e diretto: votarono 250.000 persone, oltre il triplo di quanti pochi mesi prima avevano votato in Piemonte dove era necessario disporre di un certo livello di reddito per poter andare alle urne. Pio IX, naturalmente, non era rimasto a guardare. Da Gaeta, dove si era rifugiato, aveva fatto partire raffiche di scomuniche contro i rivoluzionari minacciando di fare altrettanto contro chiunque, in Italia e in Europa, si fosse azzardato a dar loro manforte. Trovò subito un alleato nel nuovo presidente della Repubblica francese Luigi Napoleone, che di lì a un paio d’anni si sarebbe proclamato imperatore con il nome di Napoleone III. Due erano le ragioni che muovevano i francesi: proteggere il papa era un formidabile punto di forza e di prestigio; d’altra parte, dovunque avvenissero, le rivoluzioni erano sempre pericolose e i rivoluzionari romani facevano sul serio. Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi, i triumviri ai quali era stata affidata la gestione della nuova Repubblica, non avevano avuto la mano leggera nei confronti della Chiesa.Tutti i beni ecclesiastici erano stati confiscati, aboliti i tribunali gestiti da sacerdoti e messo in discussione il carattere sacro del matrimonio, trasformato in un contratto di diritto privato. La Pellicciari – che difende in maniera totale le posizioni pontificie – racconta che «è impedita al pontefice ogni tipo di comunicazione vuoi col clero, vuoi con i vescovi, vuoi con i fedeli di Roma; la città si riempie di uomini (apostati, eretici, comunisti e socialisti, come si definiscono) provenienti da tutto il mondo, pieni di odio nei confronti della Chiesa; i liberali si impossessano di tutti i beni, redditi e possedimenti ecclesiastici; le chiese sono spogliate dei loro ornamenti; gli edifici religiosi dedicati ad altri usi; le monache maltrattate; i religiosi assaliti, imprigionati e uccisi; i pastori separati dal proprio gregge e incarcerati». La Pellicciari sarà pure un’autrice veteropapista, ma Luigi Carlo Farini, liberale moderato e presidente del Consiglio nel 1862-63, che pure nel 1845 aveva chiesto invano al pontefice una riforma dello Stato pontificio, nella sua Storia d’Italia dall’anno 1814 sino a’ nostri giorni non fa un racconto molto diverso. (…) Fu allora che Cavour (dopo l’esilio di Carlo Alberto nel 1849) decise di puntare ai vertici dello Stato, producendosi in un abile slalom tra le insidie di un Palazzo che lo considerava, benché fosse appena arrivato in politica, un soggetto dal quale guardarsi. Egli era certamente liberale e liberista e, come tale, diventò ben presto il leader della Destra alla Camera. Ma cominciò quasi subito a guardare al centro, con una politica che oggi chiameremmo di «centrodestra», con progressivi ammiccamenti a sinistra. Pur da posizioni liberali, per esempio, fu tra i più convinti assertori di una drastica revisione dei rapporti con la Chiesa. Appoggiò il governo liberale di Massimo d’Azeglio quando questi arrivò a ordinare l’arresto degli arcivescovi di Torino e di Sassari per la loro resistenza all’abolizione del foro privilegiato per gli ecclesiastici, l’espulsione dal regno dell’arcivescovo di Cagliari che si era opposto all’abolizione delle decime e, infine, il secondo arresto e il bando dal regno dell’arcivescovo di Torino perché aveva rifiutato i sacramenti al ministro morente Pietro De Rossi di Santarosa, amico personale di Cavour, morto il 5 agosto 1850. (In questa fase di totale chiusura alla Chiesa cattolica – la Pellicciari definisce il governo piemontese «massonico e protestante» –, agli scomunicati che in punto di morte volevano il conforto religioso il sacerdote chiedeva di ritrattare. Santarosa, che sembrava agonizzante, lo aveva fatto ed era stato assolto. Poi però, una volta riavutosi, aveva ritrattato la ritrattazione, cosicché quando giunse davvero per lui il momento supremo l’arcivescovo non volle sentire ragioni). Torino fu scossa da violente manifestazioni anticlericali e Cavour, che godeva ormai di simpatie trasversali, poteva candidarsi a entrare nel governo.