Agorà

REPORTAGE. Majella, selvaggia montagna della fede

Marco Roncalli venerdì 6 gennaio 2012
Allontanatasi dalla costa, l’auto sale lenta in uno degli scenari più belli dell’Abruzzo. Siamo nel parco della Majella, versante nordoccidentale, con la montagna che pare un enorme panettone. Su larghe macchie di querce e di aceri, e più in alto di faggi volteggiano grandi uccelli. Gli occhi si posano su manciate di balconi di roccia o di antiche costruzioni legate da chissà quali sentieri; su tracce di un passato che ha visto il grembo della montagna abbracciare eremiti e pastori, briganti e baroni, monaci e pellegrini. Storia e fede. Non è un caso se la Majella (per Petrarca «domus Christi»), condivide con il Tibet e la Cappadocia il primato di luogo montano con maggior concentrazione di luoghi di culto. A lungo rifugio per la vita ascetica dentro anfratti selvaggi, al contempo non troppo lontana da Roma, conobbe straordinario fervore religioso nel Medioevo, quando accanto a eremi e romitori arrivò lo splendore benedettino. Qui visse Pietro da Morrone, Celestino V: più di 40 anni, durante i quali costruì il monastero di Santo Spirito (a Roccamorice) e sviluppò i cenobi di San Bartolomeo e di San Giovanni in Orfento. Non lontano dai romitori celestiniani, Caramanico, allo sbocco del canyon dell’Orfento e della valle dell’Orta, già avamposto longobardo e feudo dei D’Aquino, è il simbolo del termalismo abruzzese e scrigno di tesori insospettati. Tra palazzi settecenteschi e fontane ornate da mascheroni, la chiesa di Santa Maria Maggiore era già citata prima del Mille. Dalla torre campanaria romanico-gotica all’abside con statue tre-quattrocentesche al portale gotico con un un altorilievo raffigurante l’incoronazione della Vergine di Giovanni da Lubecca, è tutto un trionfo di pietra. All’interno un crocifisso ligneo del ’400, che se osservato da sinistra mostra Cristo sofferente, al centro in agonia, a destra morto. Notevole la cappella dell’Assunta, con affreschi del ’500. A pochi chilometri da qui un’altra chiesa da non perdere, San Tommaso, completata nel 1201. Se ci arrivate di mattino la luce esalta la stupenda facciata col rosone a dieci raggi e i tre portali. Quello centrale presenta i profili bizantineggianti del Cristo in cattedra benedicente, dei dodici apostoli (manca Giuda e c’è Paolo), e una scultura di Tommaso Becket al quale era dedicata in origine la chiesa. Sull’abside semicircolare si apre una finestra arricchita all’esterno da due statue di arcangeli, qualcosa che ha a che fare, forse, con la cripta all’interno, dove si trova un pozzo di acqua sorgiva e una bizzarra colonna nella navata destra (secondo la leggenda portata qui dagli angeli), testimonianze di un probabile culto precristiano legato alla credenza nelle proprietà taumaturgiche di acque e pietre. Dopo una breve passeggiata giù sino al fiume Orta, attraverso l’antico Lucus, il bosco sacro agli dei, è tempo di dirigerci verso Serramonacesca (la "Serra dei monaci") e San Liberatore, l’imponente edificio benedettino innalzato nel Mille dal monaco Teobaldo su una costruzione preesistente, secondo la leggenda fondata da Carlo Magno e distrutta dal terremoto del 990. È un capolavoro dell’architettura medievale del quale ha le chiavi Felice Sarumende, un prete arrivato dal Congo. Qui ad attirare l’attenzione è soprattutto il pavimento della navata centrale, dove è stato rimontato l’originario mosaico cosmatesco del ’200. Staccato dalla chiesa troneggia il campanile quadrangolare di fattura lombarda. Vicino all’abbazia, l’area faunistica del Capriolo è la base per un altro tour che vi porta giù al fiume dove scoprire tombe rupestri paleocristiane. Un po’ più lontano, incastonato nella roccia, ecco invece l’eremo di Sant’Onofrio raggiungibile a piedi. Oppure puntate verso Santa Maria Arabona, a Manoppello, sulla collina che sovrasta la valle del fiume Pescara. Vi si trova la prima chiesa cistercense d’Abruzzo, eretta là dove forse sorgeva un tempio pagano (ara Bonae, cioè altare della dea Bona). Belli i due rosoni, uno nell’abside, l’altro nel transetto vicino alla torre campanaria, ma ancor più bello l’interno dell’edificio a croce latina, con il tabernacolo gotico addossato al muro e i lavori di Antonio da Atri: una Crocifissione, una Santa coronata e una Vergine in trono con in braccio il Bambino che, a sua volta, tiene tra le mani, cosa rarissima, un cagnolino bianco. A breve distanza il Santuario del Volto Santo, meta ben nota che conclude il viaggio.