Agorà

IL CASO. Londra riabilita la suffragetta

Riccardo Michelucci martedì 11 giugno 2013

​Quello suffragetta inglese Emily Davison non fu un martirio ma un gesto di disperato eroismo sfociato in tragedia. La verità sull’episodio più drammatico della storia del movimento per il diritto di voto alle donne è arrivata proprio mentre l’Inghilterra celebra il centenario dell’attivista che morì nel 1913, travolta dal cavallo del re durante il derby di galoppo di Epsom Downs. Emily Davison voleva dare un’accelerazione alla battaglia per il suffragio femminile compiendo un’azione clamorosa durante il più famoso appuntamento mondano di tutta la Gran Bretagna. Da allora gli storici si sono divisi a lungo, senza riuscire mai a stabilire con certezza quali fossero i suoi reali propositi. Chi voleva screditarla ha sempre affermato che la quarantunenne originaria del Northumberland aveva scelto d’immolarsi per la causa, trasformandosi in un’antesignana delle odierne donne-kamikaze. Ma le persone a lei più vicine, e soprattutto le sue compagne di lotta, hanno invece sempre sostenuto con decisione che volesse soltanto attaccare la bandiera viola, bianco e verde del movimento delle suffragette alle briglie del cavallo del re, per farla sventolare fino al vicino traguardo. Questa ipotesi è stata definitivamente confermata da una sofisticatissima analisi digitale delle immagini dei cinegiornali d’epoca e da una nuova ricerca storica basata sul materiale inedito contenuto in un archivio privato. I fotogrammi sgranati trasmessi in un documentario andato in onda nei giorni scorsi su Channel 4 mostrano Emily Davison appostata in uno dei punti nevralgici del percorso della gara, a un passo dalle ringhiere di protezione, lanciarsi all’improvviso verso il cavallo del re per tentare di afferrarne le briglie. L’urto, immortalato dalle immagini d’epoca, fu tanto imprevisto quanto spettacolare. La donna riportò una frattura cranica e varie lesioni interne, e morì l’8 giugno 1913, dopo una lunga agonia.A lungo l’opinione pubblica britannica si è divisa sulla sua figura, anche a causa dell’atteggiamento della stampa e dell’establishment, che l’hanno descritta per molto tempo come una squilibrata e una fanatica. Subito dopo l’incidente, non senza una certa enfasi, re Giorgio V si interessò alla sorte del cavallo e del fantino – usciti quasi incolumi dallo scontro – e manifestò grande disappunto per la giornata di festa rovinata dal gesto della suffragetta. La regina inviò un telegramma al fantino, augurandogli di rimettersi al più presto da «un triste incidente causato dal comportamento deplorevole di una donna lunatica e terribile». Invece la Women’s Social and Political Union, il movimento radicale delle suffragette impegnato nella lotta per l’uguaglianza, la fece diventare subito un’icona. Il settimanale “The Suffragette” uscì con una copertina celebrativa che la raffigurava come un angelo alato e riportava la famosa citazione del Vangelo di Giovanni che fu poi incisa anche sulla sua tomba, «nessuno ha un amore più grande di colui che sacrifica la propria vita per i suoi amici».

Se oggi la storia ha reso finalmente giustizia alla Davison è merito anche della lunga e dettagliata ricerca compiuta dalla storica Maureen Howes, che ha fatto confluire in un volume appena dato alle stampe (Emily Wilding Davison. A Suffragette’s Family Album) dieci anni di studio su materiale d’archivio finora inedito. Incrociando lettere e fotografie di famiglia con nuovi documenti della sezione locale di Morpeth del movimento delle suffragette, la Howes è riuscita a dimostrare che solo per caso fu proprio lei a compiere il gesto spettacolare che la portò alla morte. Quel giorno di cento anni fa, inoltre, Emily si era già procurata un biglietto per il treno che doveva riportarla a Londra, e aveva programmato di recarsi a Parigi in visita alla sorella e al nipotino appena nato. Le militanti come lei avevano spinto la loro lotta fino al parossismo ed erano ben consapevoli dei rischi che correvano con le loro azioni spregiudicate. Negli anni che precedettero l’inizio della Prima guerra mondiale, migliaia di donne inglesi di ogni estrazione sociale erano entrate nel movimento per compiere gesti dimostrativi clamorosi che sfociavano spesso in disordini. Interrompevano i comizi politici, lanciavano sassi contro le finestre dei palazzi del governo, incendiavano cassette postali, s’incatenavano ai lampioni e alle ringhiere durante le manifestazioni. Per questo venivano fermate, multate, malmenate, incarcerate e condannate ai lavori forzati. In prigione, dove finì più volte per attività legate al movimento, Emily Davison fece lo sciopero della fame e subì la brutale pratica dell’alimentazione forzata. Prima d’allora era riuscita a laurearsi in un’epoca in cui il diritto all’istruzione era quasi del tutto precluso alle donne. Durante il censimento del 1911 si era nascosta di notte dentro il Parlamento di Westminster per poter dichiarare che la Camera dei Comuni era la sua legittima residenza. Per ricordare il suo sacrificio e la storica battaglia che ha cambiato per sempre la democrazia in Inghilterra e nel mondo occidentale nelle settimane scorse è stata inaugurata anche una targa commemorativa all’ippodromo di Epsom.