Agorà

La storia. La leggenda di Alberto Magno inventore del primo androide

Andrea Vaccaro sabato 29 febbraio 2020

Il "Suonatore di flauto", l'automa realizzato da Innocenzo Manzetti nel 1840

Non v’è storia di automi, robot e simili ove non compaia un fantomatico androide costruito da Alberto Magno, dottore della Chiesa e santo patrono dei cultori di scienze naturali. Talora si afferma persino che il termine “androide” sia a lui accreditabile, ma tutto sempre sfoca nell’aleatorio “si dice” e “sembra che”.

Non che manchino attestazioni illustri. Un adolescente Giacomo Leopardi menziona «il capo di creta di Alberto Magno, il quale proferiva alcune parole» nella Dissertazione sopra l’anima delle bestiee, un po’ più grandicello, ne ribadisce l’esistenza, aumentandone la loquacità, nella Proposta di premi dell’Accademia dei Sillografi, operetta tanto umoristica da ritoccar l’immagine che del poeta comunemente si tramanda.

E il padre della frankensteiniana Mary Shelley, William Godwin, nel suo Vite di Negromantidalla gotica coloritura, elenca la testa parlante di Alberto fra quelle di papa Silvestro II e di Ruggero Bacone. Al formarsi della leggenda avrà contribuito la poliedricità di interessi del Doctor Universalis, spaziante dall’astrologia alla mineralogia, dall’alchimia all’ars machinamentorum, tanto da spingere il filosofo Pierre Bayle, non certo prono alle figure ecclesiastiche, a includere nel suo Dictionnaire la voce “Albert le Grand” e a classificarlo come «il più curioso fra tutti gli uomini». Il mistero delle origini di questa strampalata storia resta tuttavia fitto.

La prima versione scritta finora rintracciata è nel Rosaio della vita (1373) del mercante fiorentino Matteo Corsini: «Alberto Magno venne a tanta perfezione di senno, che per la sua grande sapienza, fe’ una statua di metallo, a fatti corsi di pianeti, e colsela di ragione, ch’ella favellava (…) Onde un frate, chiamando frate Alberto alla sua cella mentre egli non c’era, la statua rispose. Costui credendo che fosse idolo di mala ragione, lo guastò. Tornando frate Alberto, gli disse molto male, e disse che 30 anni ci avea durata fatica». A partir da questa pagina, la fantasia umana si sfrena.

Il teologo tedesco Enrico di Langenstein, pressoché coetaneo di Corsini, riporta che l’artefatto era una testa parlante, composta da carne, ossa e nervi umani. Il vescovo d’Avila Alonso Tostati, a metà ‘400, ne fa cenno in tre suoi commentari biblici, arricchendo la favola di un elemento pregiato, cioè l’identità del frate che frantumò la testa (ora tornata metallina e capace di rispondere a qualsivoglia quesito): nientemeno che Tommaso d’Aquino.

Un secolo più tardi, il gesuita francese Teofilo Rainaudo – che per primo giuoca linguisticamente tra Alberto Magno (per i cristiani) e Alberto Mago (per i calunniatori) –, nella sua Hoploteca contro le calunnie, bolla come ridicola la storia della testa parlante e da relegare ad Deum Fabulinum. Nel 1625, il bibliotecario del cardinale Richelieu, Gabriel Naudé, dedica al caso un capitolo intero della Apologia dei grandi personaggi accusati falsamente di magia, con piglio critico e sistematico: la statua parlante è palesemente inverosimile; probabile invece è che, nel proprio gabinetto scientifico, Alberto custodisse un simulacro di metallo o “androide”. Il neologismo impazza. La storica Cyclopedia del 1728, basandosi appunto su Naudé, attribuisce il primo androide ad Alberto Magno e tutte le succedanee replicano. L’Enciclopedia ItalianaUtet 1876 riferisce del meraviglioso androide albertino, capace di muoversi e parlare, mentre la coeva Enciclopedia economica, essendo tale in tutti i sensi, si limita a una testa di bronzo. Dalla Russia, intanto, fa capolino una creazione di Alberto in terracotta, «che in più muove le labbra e gli occhi» (Matvej Chotinskij, Racconti su argomenti oscuri, 1861).

Il teologo Joachim Sighart, nella sua ampia monografia su Alberto (1857), tocca l’acme della “licenza poetica”: l’androide è femmina e Tommaso, trovandosela davanti all’improvviso, avvenente e tentatrice, non trova di meglio da fare che fracassarla a bastonate, gridando: «vade retro, Satana». Il coevo George L. Craik e altri, meno drammaticamente, restituiscono la vis distruttrice di Tommaso al fatto che il goffo androide in perenne movimento, con i suoi passi gravi e cigolanti, non gli permetteva di svolgere le sue amate attività: studio e contemplazione.

E la serie prosegue e, forse, proseguirà. Cosa possiamo imparare da questa storia? In primo luogo che l’espressione fake news, in antico, suonava come “del dio Favolino”, stante il fatto che, in ogni epoca, il grande pesce (forse) pescato aumenta di qualche spanna a ogni passaggio di bocca in bocca. In secondo luogo che, sul modello delle ampie ricerche storiche sugli scienziati credenti, potrebbe essere promossa anche una ricerca sui tecnologi cristiani, che probabilmente aprirebbe prospettive teologiche interessanti sul senso della tecnologia. Un ultimo insegnamento è possibile trarlo dalla reazione del frate frantumatore, poi identificato in Tommaso d’Aquino. Prima si narra che ridusse in pezzi l’androide perché vi ravvisò un’impronta diabolica, poi perché era di disturbo allo studio. La correzione di versione è significativa e ci lascia un’utile morale della fiaba: la tecnologia non va assolutamente demonizzata, però non si può negare che quando si mette a “rompere”, “rompe” davvero. E fa perdere la pazienza anche agli spiriti più angelici.