Il Papa: la guerra è tornata di moda. E nel mondo si riducono i diritti
di Giacomo Gambassi, Roma
Il discorso “politico” di Leone XIV al corpo diplomatico. «Cessate il fuoco subito in Ucraina. A Gaza grave crisi umanitaria. In Venezuela si rispetti la volontà del popolo». La denuncia delle persecuzioni dei cristiani e la condanna dell’antisemitismo. «Gli Stati non finanzino forme di soppressione della vita: dall’aborto all’eutanasia». I migranti? Mai ledere la loro dignità. «Basta pena di morte»

È un «quadro drammatico» quello «che abbiamo di fronte ai nostri occhi» nel mondo. Segnato dalla «guerra» che «è tornata di moda» e da «un fervore bellico» che «sta dilagando», spiega Leone XIV. Segnato dal «coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari» con bombardamenti sulla popolazione. Segnato dalla volontà di «produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale». Segnato da un linguaggio che diventa «un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari» e dalla riduzione di una «autentica libertà di espressione». Segnato dal «“corto circuito” dei diritti umani» che si traduce nell’aumento delle «violazioni della libertà religiosa», nella «persecuzioni dei cristiani», nella negazione dei diritti dei migranti, nella scelta «deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»: dall’aborto all’eutanasia passando per la pena di morte che «annienta ogni speranza di perdono e di rinnovamento». Segnato dalla tendenza a «negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio». Eppure un’inversione di rotta possibile, avverte il Papa. Se si scommette su «umiltà e coraggio: l’umiltà della verità e il coraggio del perdono». E se «ognuno degli abitanti dei nostri Paesi all’inizio di questo nuovo anno» avranno «un cuore umile e costruttore di pace» come insegna Francesco d’Assisi.
Ucraina, Terra Santa, Venezuela: la voce del Papa per i popoli martoriati
Leone XIV incontra il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per lo scambio di auguri all’inizio del 2026. Vuole la prassi che il discorso papale dell’udienza sia quello “più politico” dell’anno. E il primo Pontefice statunitense ne fa una denuncia netta, senza se e senza ma, dei “mali” che affliggono il pianeta. Ma anche per schiararsi in prima persona, e con tutta la Chiesa, a fianco di chi non ha voce nei consessi internazionali: dalle vittime della guerra ai più fragili che possono essere i nascituri o gli anziani, i rifugiati o i carcerati. E per chiedere una svolta globale ai potenti della terra. In Ucraina. «La Santa Sede riafferma l’urgenza di un cessate-il-fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace», dice «rinnovando la piena disponibilità» vaticana «ad accompagnare ogni iniziativa che favorisca la pace e la concordia». In Terra Santa dove «la popolazione civile continua a patire una grave crisi umanitaria», dove occorre «garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature nella propria terra, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano» e dove «la soluzione a due Stati permane la prospettiva istituzionale che viene incontro alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, mentre si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania». In Venezuela dove, dopo il blitz americano, è necessario «rispettare la volontà del popolo» e «impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno», afferma il Pontefice. Sono 184 gli Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ad essi vanno aggiunti l’Unione Europea e il Sovrano Militare Ordine di Malta. Le missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede con sede a Roma, incluse quelle dell’Unione Europea e dell'Ordine di Malta, sono 93.

Il grazie all’Italia
Oltre mezz’ora di discorso. In gran parte pronunciato dal Papa in inglese, “novità” legata alla nazionalità di Leone XIV. Con una piccola parentesi in italiano quando rivolge il suo «speciale apprezzamento» al «governo italiano, all’amministrazione capitolina e alle forze dell’ordine» perché «gli eventi giubilari e quelli successivi alla morte di papa Francesco potessero svolgersi in serenità e sicurezza», quando ricorda che «la Santa Sede e l’Italia condividono non solo la vicinanza geografica, ma soprattutto la lunga storia, di fede e di cultura, che lega la Chiesa a questa splendida Penisola e al suo popolo» e quando cita «le visite che mi hanno reso le alte cariche dello Stato e per la squisita ospitalità riservatami al Palazzo del Quirinale» da Sergio Mattarella.
Le guerre, le armi e le parole che ingannano
È l’anelito di pace che sale dal basso uno dei fulcri della sua riflessione. Prendendo spunto dalla concezione di sant’Agostino della città di Dio e della città dell’uomo, Leone XIV punta l’indice contro quella polis «terrena incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione». E fa sapere che «non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile», ma «mediante le armi quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile». E ciò «ha infranto il principio, stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui». Il Papa si dice turbato per la «debolezza del multilateralismo» e, a 80 anni dalla nascita dell’Onu, indica l’urgenza di «necessari sforzi affinché le Nazioni Unite siano più efficienti». Poi invoca il rispetto del diritto umanitario che «deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti»: «Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione». E ancora la corsa al riarmo. «La guerra si accontenta di distruggere; la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari». Leone XIV torna a invocare il dialogo, ma «occorre intendersi sulle parole». Parole che oggi hanno un significato «sempre più fluido» e si rifanno a «concetti sempre più ambigui»: così si trasformano in strumento con cui «ingannare o colpire e offendere gli avversari». Tutto ciò avviene «in nome della stessa libertà di espressione»: eppure, sottolinea il Papa, «specialmente in Occidente si riducono gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano». Quelle del gender o del politicamente corretto.

I perseguitati per la fede, i migranti, i detenuti
Ampio il capitolo sulle persecuzioni religiose. Leone XIV ribadisce «il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo che purtroppo continua a seminare odio e morte». Spiega che «rischia di essere compressa la libertà religiosa» e che «il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi». Accusa che «la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi che colpisce oltre 380 milioni di credenti». Condanna «una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani» che si sta diffondendo in Europa o America dove «si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati o promuovono la famiglia». Di fronte a respingimenti o espulsioni, il Papa ribadisce che il «migrante è una persona e che, in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto». E avverte che «l’illegalità e il traffico di esseri umani» non possono essere «il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati». Poi si mette a fianco dei detenuti, compresi quelli «per motivi politici», ringraziando i governi che hanno compiuto «gesti di clemenza nel corso dell’Anno giubilare», invocando «condizioni dignitose ai reclusi» e soprattutto chiedendo che «ci si adoperi per l’abolizione della pena di morte».

La famiglia dimenticata. La vita da difendere. L’obiezione di coscienza
Poi c’è il tema della famiglia che permette al Papa si allargare lo sguardo su alcuni temi etici. Leone XIV segnala la «tendenza a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale». E richiama «un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente». Non certo incentivando l’aborto. «Si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo». Compresi «i progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro”» o «la maternità surrogata che, trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo». Quindi il riferimento a chi vive la malattia. «È compito degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia». Da qui il monito: «Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla». E non quando «il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale». Il Papa fa riferimento anche all’obiezione di coscienza: «Si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari. L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» anche se essa, rimprovera il Pontefice, «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia».
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