L'alfabeto della pace non è perduto e i cattolici hanno molto da dire

La Chiesa e il laicato cristiano in Italia hanno sempre parlato al mondo usando via via il linguaggio della fraternità, della non violenza, della responsabilità. Sono stati tanti i maestri e i profeti, la cui lezione è ancora attuale. Anche oggi le sentinelle non mancano
January 10, 2026
L'alfabeto della pace non è perduto e i cattolici hanno molto da dire
Se la pace è ascolto dei popoli e non esito delle scelte dei potenti, allora questo inizio 2026 si appresta ad essere una lunga traversata nel deserto. All’orizzonte si continua a vedere solo il profilo minaccioso delle armi, mentre l’umanità assiste sgomenta all’accensione di nuovi focolai di crisi. Sembrano infatti destinate a dilatarsi le distanze tra gli Stati e, proporzionalmente, quelle tra chi comanda e chi deve subirne le conseguenze. Di colpo, i sogni di una generazione che nel Novecento aveva visto drammi indicibili con i due conflitti mondiali, paiono essere invecchiati. Il presente è fatto di battaglie di conquista, di prevaricazione senza regole, di uomini soli al comando. Papa Leone XIV ieri, nel suo discorso al Corpo diplomatico, ha sottolineato come «il fervore bellico» stia «dilagando» e «la guerra» sia «tornata di moda». Il declino del multilateralismo e del diritto internazionale è lì a dimostrarlo. Volgere lo sguardo al passato, come sempre, può però aiutare. Anche i tempi lontani in cui si “pensava” la pace erano ostili e difficili, al pari di questi: si era usciti a pezzi dal secondo conflitto mondiale, il totalitarismo nazifascista era ancora nell’aria, il mondo era stato diviso in blocchi contrapposti.
Paradossalmente, la Guerra fredda è stata una provocazione positiva. Il ventesimo secolo è diventato così un laboratorio indimenticabile di riflessione, perché ha saputo unire gli ideali e a volte l’utopia alla sapienza di popolo, che si è manifestata ovunque, dalle piazze alle scuole, fino alle chiese. Non era solo la paura che tutto potesse precipitare di nuovo a spingere intellettuali e politici a immaginare un altro mondo possibile, senza più armi. Erano l’esercizio del pensiero, la profondità della fede, la passione civile a fare la differenza. Il linguaggio bellico è finito in naftalina e sono state scritte pagine importanti di pace. Un vero e proprio alfabeto, che oggi va aggiornato anche alla luce di quel che il Papa ha definito come «indebolimento della parola». Il mondo cattolico italiano in particolare si rese protagonista di una stagione irripetibile, con il laicato in prima linea per educare le coscienze e trovare azioni e parole giuste da contrapporre alla retorica militarista. Basti pensare all’impegno congiunto messo in atto dai padri costituenti, su tutti Giuseppe Dossetti, perché tra i principi fondamentali della Costituzione, all’articolo 11, entrasse quel verbo, “ripudia”, che dice meglio di qualsiasi altra espressione il no netto dell’Italia alla guerra. Una riflessione poi proseguita negli anni con figure profetiche che non disdegnarono l’impegno politico, da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro. Come dimenticare, poi, la lezione del sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che vedeva nella profezia del Concilio Vaticano II la via giusta per la costruzione della pace? L’elenco come è noto è assai lungo e comprende figure come Giuseppe Lazzati, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello. Persone che nella quotidianità hanno abbattuto i muri dell’egoismo e della paura, lanciando messaggi di distensione e di amicizia innanzitutto dentro le proprie comunità. Diceva padre David Maria Turoldo che «il discorso sulla pace è il tema più sconvolgente, difficilissimo e rivoluzionario. Tanto è vero che noi abbiamo sempre fatto guerre e non abbiamo mai fatto pace». Proprio la “difficoltà” della pace finisce per essere un richiamo soprattutto alle nuove generazioni, a osare ciò che adesso pare inosabile.
È stata questa la speranza tramandata dalla Chiesa, che ha parlato al mondo usando via via il linguaggio della fraternità, della non violenza, della laicità. Erano parole per tutti, un invito profondo e vibrante a mettere in pratica il Vangelo indirizzato alla società dell’epoca. Parole riprese anche nella recente nota della Cei, che ha invitato le comunità ad attuare percorsi di educazione alla pace, riscoprendo una «logica autenticamente democratica» da difendere all’interno dei singoli Stati e tutelando i trattati internazionali. Quel patrimonio non è perduto, ma va recuperato e ridetto con forza a chi oggi pare avere perso la memoria. I popoli non sono a disposizione del potente di turno e anche se gli strumenti per manipolare l’umanità si sono moltiplicati, le lezioni di bene del passato prima o poi tornano a brillare. La notte sarà lunga, ma le sentinelle non mancano.

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