A Napoli pace e carità hanno trovato una casa stabile

A un anno dall’apertura di Casa Bartimeo, il Polo della carità voluto dalla Diocesi racconta una città che accoglie: dalla voce del cardinale Battaglia ai volti di rifugiati, detenuti, donne e giovani protagonisti di un riscatto possibile
January 10, 2026
A Napoli pace e carità hanno trovato una casa stabile
L'Arcivescovo di Napoli, il cardinale don Mimmo Battaglia e lo scrittore Erri De Luca nel gennaio del 2025 all'inaugurazione di "Casa Bartimeo"
«Signore della Pace, perdona la nostra pace sazia! Perdonaci la pace del ricco, che banchetta sul sopruso del povero. Perdonaci la pace del potente, che si accampa tra le afflizioni del debole. Signore della Pace, perdona la nostra pace armata!». È il canto di pace e di speranza che arriva dalla voce di un uomo illuminato e costantemente connesso con la città di Napoli. È la voce di “don Mimmo Battaglia”, come tutti qui chiamano il Cardinale, l’Arcivescovo di Napoli. Perdonaci la pace è diventato un inno virale, composto assieme alla grande anima della musica partenopea nel mondo, il cantautore magistrale Enzo Avitabile. E quelle note struggenti e pacifiste, dalla Basilica di San Pietro in Aram, dove più di mille persone hanno cantato e ballato al ritmo della “Santa Rivoluzione” proclamata da Avitabile, sono salite leggere fino all’ultimo piano del palazzo sovrastante, dove ha sede “Casa Bartimeo”.
Il Polo della Carità Solidale che festeggia il suo primo anno di attività al servizio delle anime fragili di questo grande porto dell’umanità sotto il Vesuvio. Quando nel gennaio 2025 la struttura, promossa e sostenuta dalla Chiesa di Napoli e coordinata dalla Caritas Diocesana, venne inaugurata dal cardinale Battaglia fu presentata come «la prima Opera Segno del Giubileo della Speranza». E non a caso, la lectio dedicata a “Casa Bartimeo” dello scrittore Erri De Luca si intitola Giubileo: libertà, restituzione e riscatto. Un Polo della solidarietà che è l’essenza di un mutuo soccorso raro, che parte dal basso e dai bassi partenopei e che non è ancora pervenuto, almeno su questa scala, nel resto del Paese reale. Uno spirito solidale che caratterizza la vita sociale della città delle musiche e del teatro dal sipario sempre alzato. Metropoli contradditoria, sospesa, come un caffè al bar, tra il caos di un irrefrenabile "Messico Napoletano" e una mano sempre tesa verso gli ultimi, i dimenticati, i rifugiati della terra.
Salendo fino in cima a quel terzo e ultimo piano di Casa Bartimeo troviamo la Comunità di accoglienza Mista che offre un soggiorno di 6-9 mesi, con successiva ricollocazione attraverso la rete Caritas. E qui, seguendo la sirena di Partenope, simbolo mitologico di una città fondata esattamente 2.500 anni fa, ha trovato rifugio il palestinese Muath Ashour Basema. «Muath, si pronuncia Muaz», ci tiene a precisare il ragazzo, scappato dalle sirene che annunciano le bombe israeliane che hanno raso al suolo la sua città e causato migliaia di morti, in quello che ai nostri occhi è il genocidio del popolo palestinese. Muath è arrivato a Napoli da Gaza dove ancora vive sua moglie, la madre dei loro due figli piccoli, che ha necessità di cure cortisoniche per una grave patologia da cui è affetta. «Ma nella Striscia di Gaza dallo scoppio della guerra i farmaci non si trovano più», grida Muath con le lacrime agli occhi nell’incontro pubblico organizzato da "Avvenire" con il cardinale Battaglia nella Basilica di San Pietro in Aram. Un momento molto toccante, al termine del quale Muath ha potuto ringraziare il popolo napoletano e “Casa Bartimeo” per l’accoglienza che gli è stata riservata in questi mesi. Al terzo piano di quella che il ragazzo palestinese considera ormai la sua seconda casa, in un ambiente estremamente accogliente e confortevole, ci sono 11 posti letto a disposizione che vengono occupati da altri giovani rifugiati ma anche da ex detenuti in messa alla prova. Una famiglia allargata, mista per etnia e vissuto, seguita da tre operatori.
Alcuni degli ex detenuti sono quelli che l’artista Lello Esposito ha incontrato dietro le sbarre di Poggioreale. «E “Poggio Reale” è il marchio del nostro progetto sociale», spiega il direttore di Casa Bartimeo” Gennaro Pagano che ci guida nei corridoi che alle pareti mostrano le opere della Quadreria Sociale. Quadri di artisti, alcuni ancora detenuti, che hanno partecipato ai laboratori di Lello Esposito di cui, nel transetto che conduce al secondo piano, fa bella mostra la sua opera "Pulcinella in croce", quadro ai cui piedi reca la scultura “Speranza”, quella a cui anelano tutti gli ospiti di “Casa Bartimeo”, a partire dagli utenti del Centro di Ascolto della Caritas diocesana che al secondo piano trovano aperti gli sportelli dedicati agli immigrati, all’orientamento lavorativo e ad altri servizi di supporto. Un gancio dal Cielo per un’umanità indigente, che soffre e lo fa spesso con il sorriso, anche quando si deve riparare dalla pioggia e dal freddo dell’inverno «che qui, ringraziando San Gennaro, è più mite che altrove», dice Salvo che da una vita è domiciliato sotto i portici del Duomo di Santa Maria Assunta. Specchio di un’umanità offesa, traviata da un’esistenza sgarrupata come le strade dei vicoli di via dei Tribunali. Esistenze che si arrabattano nel centro storico della città, creature dimenticate poste al margine, condannate a sognare un futuro di riscatto.
Ciro, la via del riscatto l'ha trovata nell’arte, e in uno dei suoi quadri si legge quello che è un po’ il manifesto di Casa Bartimeo: «Non aver paura di rialzarti. Dopo una caduta la vita può sempre Sorriderti». Può tornare a sorridere anche quell’umanità afflitta che ora, al primo piano, può curare tutti i mali usufruendo gratuitamente del Poliambulatorio in cui operano i volontari dell’associazione “Medici di strada”. Togliere dalla strada donne vittime di violenza, madri, con i loro bambini, scappate dalla fame e dalla guerra, è la missione che dal 2022 porta avanti l’altra Casa collegata a Bartimeo: la “Casa della Pace Don Tonino Bello”. Altro polo solidale, quello diretto da don Salvatore Melluso, sorto nei locali dismessi della Parrocchia Santi Giovanni e Paolo. «Donne che in questa Casa “semiautogestita” con l’ausilio di nostri operatori a supporto, oltre a ritrovare uno spazio di serenità vengono impegnate lavorativamente e i loro figli sono tornati sui banchi di scuola in una città dove la dispersione scolastica è ancora una piaga sociale», racconta l’infaticabile segretario dell’Arcivescovo, il quasi omonimo don Federico Battaglia. Una presenza discreta per tutto il quartiere intorno all’Arcivescovato, il cuore antico e pulsante di una Napoli che si accende grazie alle continue iniziative della Diocesi. Un vulcano di idee e di utopie concrete, e a dispetto di quelli che pensano che con la cultura non si mangia, con l’appoggio della Diocesi sono 20 i giovani “protagonisti” della formula autoimprenditoriale che gestisce il progetto MUDD (Museo Diocesano Diffuso).
Francesco Pio Gambocci uno dei giovanissimi “accompagnatori religiosi” del MUDD che ogni giorno si occupano della valorizzazione del patrimonio storico artistico della Diocesi con i tour che dal Duomo, che custodisce il culto di san Gennaro, accompagnano i turisti (in primis i napoletani, il 15% è turismo straniero) per chiese, catacombe e spazi culturali, in un affascinante percorso itinerante che culmina nella visita alla Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi. Chiesa dedicata al santo protettore dei mal di testa (ha ispirato ai tedeschi del colosso farmaceutico Bayer la produzione dell’Aspro e poi dell’Aspirina), con San Gennaro uno dei 54 compatroni della città, «più di uno per ogni settimana dell’anno, più il 55°, Diego Armando Maradona» – dice ridendo Francesco Pio -. Sant’Aspreno ai Crociferi è diventata la sede dello “Jago Museum”, lo spazio espositivo permanente dello scultore Jacopo Cardillo, in arte Jago, autore del “doppio ritratto” di papa Benedetto XVI. Siamo partiti da Casa Bartimeo, luogo di cura delle anime perse, ma qui rese salve, e prima di lasciare la città, per salutarla, con don Federico Battaglia siamo saliti in cima alla cupola del Duomo (presto visitabile una domenica al mese). Una vista mozzafiato per cui valgano le parole di una delle massime voci narranti della città, Anna Maria Ortese, che ha scritto: «Napoli è un pezzo di deserto azzurro». Un deserto già, dove però almeno nessuno si sente mai solo.

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