Maurizio Marchetto, il Velasco del pattinaggio: «Tanti ori, ma restiamo senza una casa»

Il dt azzurro, chiusi i Giochi tornerà ad allenare la Nazionale nel posto più vicino all'Italia: a Inzell, in Baviera
February 19, 2026
Maurizio Marchetto, il Velasco del pattinaggio: «Tanti ori, ma restiamo senza una casa»
Il dt azzurro Maurizio Marchetto, 70 anni, abbraccia Guido Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini, oro nell'inseguimento a squadre di pattinaggio di velocità / Henk Jan Dijks / Marcel ter Bals / Fotogramma
Alla vigilia di queste Olimpiadi invernali, Germano Lanzoni, alias il “Milanese Imbruttito” ce l’aveva detto: «Noi milanesi siamo tutti dei pattinatori di velocità sul ghiaccio che ogni giorno devono stare attenti a non scivolare e non cadere nelle trappole, le buche dell’asfalto delle strade di Milano». Battuta che rigiriamo al direttore tecnico della Nazionale del pattinaggio di velocità Maurizio Marchetto. Razza tosta, rodigina, è nato a Badia Polesine nell’anno olimpico di Cortina 1956. Ma da pattinatore, prima su rotelle e poi sul ghiaccio, è diventato milanese, di Muggiò. Dicono che sia un “sergente di ferro” e che sorrida poco in pubblico ma in realtà conosce bene i tempi comici e il mondo dello show radiotelevisivo: sua figlia, Greta Melissa Marchetto per anni ha lavorato nel cast Rai di "Quelli che… il calcio" e ora è volto di "MovieMag" su Rai Movie e voce di Virgin Radio.
Papà Marchetto quando parla della figlia dice «potrei andare avanti per ore», più scarno ed essenziale invece quando veste i panni del “Velasco” del pattinaggio di velocità «È un abbinamento importante che fa piacere, ma Velasco è molto più conosciuto del sottoscritto che fa una vita di 300 giorni l’anno sul campo. Anche qui non ho visto nulla della Milano olimpica perché la mia tratta giornaliera è sempre la stessa: pista-villaggio, villaggio-pista». Velasco è un “filosofo”, e qui nella sua Nazionale di laureato in filosofia c’è il recordman Davide Ghiotto (portabandiera della cerimonia di chiusura all'Arena di Verona), uno dei tre moschettieri d’oro dell’inseguimento - gli altri due sono Michele Malfatti e Andrea Giovannini - che dopo il flop con autodafé «ho fatto schifo» nella sua specialità, i 10mila metri di cui detiene il primato del mondo, si è subito riscattato. «Non smetto di pensare a come Davide abbia potuto tecnicamente fare così fatica a pattinare nella finale dei 10mila, una medaglia per la quale avevamo lavorato tanto per quattro anni. E al tempo stesso non mi spiego come due giorni dopo sia stato così performante da farci vincere un oro eccezionale».
Riflessioni da analista e motivatore che ha fatto comunque le scuole alte. «Posso dire, senza vanto, di aver preso tre lauree. La prima all’Isef, poi in Scienza e Tecnica dell'attività fisica e sportiva, Metodologia dell'allenamento e performance all’università di Digione e la terza è stata l’anno integrativo di Scienze Motorie». Ma la laurea vera con tanto di master glie l’ha data la pista di ghiaccio con tre Olimpiadi vissute da atleta e sei da direttore tecnico, con parentesi russa. «Ho allenato anche atleti francesi poi dal 2010 al 2015 sono stato dt della Russia che ho dovuto lasciare dopo l’embargo, non c’erano più le condizioni per lavorare. Ma è stata un’esperienza bella e interessante di cui conservo tanti bei ricordi e solide amicizie. Fa male vedere che molti russi dopo lo scoppio della guerra con l’Ucraina per continuare a gareggiare alle Olimpiadi hanno dovuto cambiare nazionalità. Penso a Vladimir Semirunniy che nei 10mila ha vinto l’argento per la Polonia. Gli atleti sono la parte meno politicizzata della società e quindi è un’altra occasione persa quella di non aver visto russi e ucraini al Villaggio olimpico di Milano Cortina. Peccato, perché lo sport unisce ed è da sempre strumento di pace». Tra veleni e polemiche, che già impazzano, alle prossime Paralimpiadi questo incontro tra atleti russi e ucraini dovrebbe avvenire. Ma torniamo in pista dove grazie al suo lavoro certosino l’Italia, come a Torino 2006, si riscopre culla del pattinaggio di velocità con 4 medaglie già nel forziere azzurro, una dell'inseguimento maschile 3 ori (2 della Lollobrigida) e un bronzo (Riccardo Lorello).
E la bacheca di casa Marchetto sale a 16 medaglie che ne fanno il dt dei primati. “È tutto molto bello” direbbe il grande e indimenticabile Bruno Pizzul, ma in questi momenti di gloria italiana c’è una nuvola fantozziana sopra il cielo di Milano: chiusi i Giochi questa squadra fortissima tornerà nel suo “esilio” d’Oltralpe. « È come a Torino vent’anni fa quando ci prendevano in giro chiedendoci: quante ore, quanti giorni vi servono per tenere aperto il palazzetto del ghiaccio? La passione dei torinesi faceva sperare dopo quei Giochi in un centro tutto nostro, che non abbiamo ancora. Così, dopo i Mondiali olandesi di Heerenveen (dal 5 all’8 marzo) torneremo ad allenarci a Inzell, è la pista coperta più vicina all’Italia. Ma lì, in Baviera, non si fa vita sociale e da due anni è impossibile fare reclutamento delle nuove leve». Intanto qui, nonostante le promesse dei politici (Sala e Fontana annunciano futuro Palazzo del Ghiaccio a Milano con ipotetica pista lunga. Ma quando aprirebbe?) a Rho siamo ai titoli di coda di un romanzo popolare scritto sul ghiaccio. Domenica 22 febbraio si chiude per sempre con il pattinaggio. «Quando lo scorso novembre sono entrato la prima volta e ho visto accendersi i riflettori dello Speed Skating sono rimasto folgorato e mi sono detto: finalmente il primo stadio del ghiaccio italiano.
Gli stranieri che lo hanno criticato a sproposito devono stare zitti, perché qui è stato fatto un lavoro eccezionale. Perciò, ora faccio fatica ad accettare che abbiamo perso un’altra grande occasione per regalare a questo sport ciò che in pista si è meritato ancora una volta». La sbandierata legacy si è arresa davanti ai costi, “insostenibili” per il ghiaccio. «Ho viaggiato in tutto il mondo e visto decine di impianti e quindi so di cosa parlo. Vero che il ghiaccio ha un costo importante ma può anche essere riutilizzato: quello di scarto dal raffreddamento dei motori per esempio può essere impiegato per il riscaldamento di scuole e ospedali. C’è poi il valore educativo: mia moglie fino a due anni fa insegnava e nel progetto di educazione fisica delle sue classi aveva inserito il pattinaggio sul ghiaccio accompagnando i ragazzi all’impianto di Sesto San Giovanni». Con la nostra cultura sportiva difficile avvicinarsi all’Olanda che vanta un movimento con 60mila tesserati, contro i nostri 756 pattinatori sul ghiaccio.
«Che dire? Noi pochi ma molto buoni. Del resto nei Paesi Bassi si pattina da nord a sud, mentre da noi il ghiaccio si “ferma” a Marino». Alle porte di Roma, la città della mamma olimpica Francesca Lollobrigida diventata iconica per l’abbraccio al figlio Tommaso, tutti e due stretti sotto il tricolore. Hanno commosso il mondo. «Noi Tommaso lo vediamo già da qualche anno perché Francesca ha cominciato presto a portarlo con sé. Non so dove trovi l’energia per fare tutto ciò che fa, anche se va detto che la Fisg (Federazione italiana sport del ghiaccio) e la sua famiglia, come ha riconosciuto anche lei, in questi anni gli hanno dato un grossa mano per rimanere al vertice». Domani ci riprova nei 1500: «Non è la sua gara ma per come sta mentalmente e fisicamente è giusto che ci provi». Sarebbe un tris olimpico se arrivasse sul podio e poi potrebbe osare ancora nella mass start di sabato. «In quella prova Francesca parte dal 3° posto dei Mondiali e Giovannini da campione del mondo in carica. Ma è un terno a lotto, è una gara con tante “fughe bidone”. Lei dice è come la “mossa” del Palio di Siena? Beh, se fosse così allora possiamo contare ancora su dei buoni cavalli di razza».

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