Britta, la star dell'hockey Usa devota di santa Teresa
Curl-Salemme, fuoriclasse cattolica della Nazionale femminile statunitense: «Senza la fede la mia vita sarebbe caotica. L'hockey? Un allenamento per il Paradiso»

Ci vuole fede anche per giocare ad hockey. È la buona notizia di una campionessa fuori dal comune. Una ragazza capace di coniugare la passione per dischi e bastoni con la pace che le donano la Messa e le pagine di santa Teresa di Lisieux. Di sicuro le battaglie sul ghiaccio sono da sempre il pane quotidiano di Britta Curl-Salemme, fuoriclasse della Nazionale femminile statunitense. Lei che ha cominciato a pattinare quasi prima di imparare a camminare, come spiega contenta, ricordando gli inverni in cui suo padre Bill costruiva una pista di ghiaccio nel cortile di casa. Nata e cresciuta a Bismark, nel Dakota del Nord, il giardino di famiglia è stato il suo primo campo da gioco insieme con i fratelli: Byrne, Cullen e la sorella Brenna, hockeista come lei.
A 25 anni, dopo una brillante carriera già al liceo e un talento versatile anche in altri sport (calcio e atletica leggera), oggi è trascinatrice dei Minnesota Frost nella massima serie professionistica di hockey (Pwhl) oltre che pilastro della Nazionale a stelle e strisce con cui ha già vinto due titoli mondiali. A Milano Cortina il debutto olimpico (con la prima rete segnata nella partita vinta contro l’Italia) e l’occasione di vincere la medaglia d’oro contro le rivali di sempre del Canada. Un cammino ai Giochi importante dopo la grande delusione di aver saltato Pechino 2022 per il Covid.
Fu quell’amarezza a costringerla a rimettere a fuoco la sua vita e a trovare un sostegno decisivo in Dio: «È stato tutto per me. Anche solo per mantenere la giusta prospettiva e per raggiungere un certo distacco dal mio sport». Del resto non ha mai nascosto di essere cattolica, un dono ereditato in famiglia, soprattutto grazie alla madre. «I miei genitori si assicuravano sempre che andassimo a Messa ogni domenica - ha spiegato - anche quando noi quattro bambini eravamo in viaggio per partecipare a tornei o praticavamo sport diversi, non ci perdevamo mai una Messa domenicale». È stata la coerenza dei genitori a rafforzare il suo credo, una vera bussola per la sua esperienza: «Penso che la mia vita sarebbe piuttosto caotica e stressante se non avessi qualcosa di costante a cui fare riferimento e da cui trarre forza, e questa è la mia fede cattolica», ha sottolineato, «semplicemente la routine di alzarmi la mattina e leggere la Bibbia come prima cosa».
Tecnica, straripante forza fisica, grande personalità: se Britta in campo è una guerriera, fuori il suo modello è una donna senza casco, che vestiva l’abito delle carmelitane. L’attaccante impavida degli States è una devota di santa Teresa di Lisieux. Una folgorazione nata l’estate dopo il diploma di scuola superiore, dopo aver letto “I believe in love”, un libro basato sugli insegnamenti della monaca francese. Un volume regalatole da uno dei suoi insegnanti che «mi ha letteralmente sconvolta». Non ha dubbi: «La spiritualità di santa Teresa e il suo modo di concepire l’umiltà mi hanno aperto gli occhi su un nuovo modo di pensare e di pregare». E allora non stupisce che oggi sui social sponsorizzi “masstimes.org” la piattaforma per non perdere mai la Messa domenicale ovunque si trovi a giocare. «Guardando indietro, penso che Dio stesse davvero cercando di insegnarmi il distacco, di fidarmi di Lui e di capire che la mia felicità, il mio scopo e il mio valore derivano da qualcosa di più dell’hockey».
La sua fede interroga anche le compagne di squadre non credenti. A chi questo dono ce l’ha già, ripete però convinta: «Vivi la tua fede con coraggio, soprattutto nello sport, perché ne abbiamo bisogno più di ogni altra cosa. Continua ad accostarti ai sacramenti e a essere un buon compagno di squadra, sarà molto più utile per te che vincere una partita o un campionato».
La bambina che alle elementari disegnava gli anelli olimpici sui suoi quaderni, sperando un giorno di poterci andare, oggi gioca una partita più grande pur con casco, dischi e bastoni: «L’hockey può essere un percorso per diventare santo. Come sport di squadra, a volte sei messo alla prova fino a morire a te stesso e a mettere la squadra davanti a te stesso. È un ottimo esercizio per una vita migliore e per le cose che Gesù ti chiede di fare. Lo vedo come un piccolo allenamento per il Paradiso e per come dovrei essere».
La bambina che alle elementari disegnava gli anelli olimpici sui suoi quaderni, sperando un giorno di poterci andare, oggi gioca una partita più grande pur con casco, dischi e bastoni: «L’hockey può essere un percorso per diventare santo. Come sport di squadra, a volte sei messo alla prova fino a morire a te stesso e a mettere la squadra davanti a te stesso. È un ottimo esercizio per una vita migliore e per le cose che Gesù ti chiede di fare. Lo vedo come un piccolo allenamento per il Paradiso e per come dovrei essere».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






