Ghiaccio, spintoni e diversità: hockey, che scoperta meravigliosa
Un giorno alla nuova Arena di Milano Santa Giulia per la medaglia di bronzo femminile: cronaca di una partita con tante cose intorno

Diario dai Giochi/14.
Come se fossi stato attratto da un pifferaio magico, sono andato a vedere Svezia-Svizzera, finale per la medaglia di bronzo dell’hockey su ghiaccio femminile. Qualcuno dirà che c’è di meglio nella vita. Ma senz’altro anche di peggio. E infatti sono rimasto folgorato: l’hockey è uno sport di esagerata bellezza, roba da nordici sia chiaro, dove noi contiamo zero. In definitiva, una delle poche ragioni per invidiare chi vive in Paesi dove fa un freddo maiale e il sole tramonta alle tre del pomeriggio.
Premessa: se non sei un appassionato, capisci quasi niente. E la bellezza è proprio questa, perché immagini molto. E apprezzi l’unicità, merce che non ha prezzo. Tutto si risolve in uno strano mix di velocità, leggerezza e violenza. L’hockey è l’unico sport in cui giocano in modo così frenetico che non sai quasi mai dov’è la palla, che qui si chiama disco. L’unico sport in cui mezza squadra esce dal campo e mezza entra senza neppure fermare l’azione. L’unico in cui marcantonie vestite come donnine Michelin imbottite di gommapiuma volteggiano con un caschetto in testa fregandosene della permanente, in equilibrio su due lame sottili. Sembrano ballerine, fino a quando non decidono di spalmare l’avversaria contro le sponde di plexiglass. E allora diventano bufale in picchiata: spingono e schiacciano come se non ci fosse un domani, e non è nemmeno fallo, mai.
Ma le più belle sono i portieri (le portiere suona male, anche se in effetti fanno a sportellate continuamente): se ne stanno lì, davanti a una porta poco più grande di loro, bardate che sembrano un soldato alle crociate. Aspettano che il disco le colpisca da qualche parte, a 150 all’ora. Quello fanno di mestiere. E quella, quando riesce, la chiamano parata.
L’uomo che gestisce il microfono della nuova Arena di Santa Giulia (a proposito: impianto strepitoso, costruito in 13 mesi alla faccia di chi non lo voleva e chi chi lo ha criticato) avverte il pubblico di stare attento nel caso in cui il piccolo proiettile nero decolli sul pubblico. Lì i casi sono due: o sei furbo, eviti di prenderlo in fronte e di finire all’ospedale, o sei un tifoso incallito che l’ospedale lo consideri il male minore e cerchi di prenderlo al volo per tenerlo come cimelio. Gli altri non ci crederanno mai che è il dischetto di una partita delle Olimpiadi, ma tu sì. E quello basta.
Ma non vorrei distrarmi, c’è Svezia-Svizzera. Il Ronaldo della partita, mi dicono, si chiama Alina Muller, svizzera che gioca a Boston perché là si guadagna di più. Maglia numero 25, dodici anni fa ai Giochi di Sochi, ne aveva appena 15. Ma segnò la rete decisiva proprio alla Svezia, e sempre nella finale per la medaglia di bronzo. Troppe coincidenze, impossibile capiti ancora: se fa gol e fa vincere la sua squadra anche oggi, prometto che torno a casa a piedi.
Sembra improbabile quando fischiano un rigore per la Svezia. Ma i rigori qui non sono come i nostri pallonari, sono peggio, sono più lunghi. Si parte da metà campo, si va incontro al portiere zizzagando e prendendola larga: un’agonia perché hai molto più tempo per pensare. La tiro bassa a destra. No, alta a sinistra. E se poi lo sbaglio? Che figura faccio? E ovviamente è chiaro che poi la ragazza svedese con tutti quei rumori in testa, il rigore lo sbaglia davvero.
Intanto, musica a palla sugli spalti: gli svizzeri tutti rossi, gli svedesi tutti gialli. Si beve, si mangia, si fa la ola, le telecamere ti inquadrano e vai sul maxi-schermo dove ti senti in dovere di fare qualche smorfia e mostrare i pollici alzati perché quelli prima di te lo hanno fatto e ti pare brutto sembrare una persona seria. Puoi muoverti dal tuo seggiolino e far alzare tutta la fila per andare al bar: nessuno protesta, prego, si figuri, anche perché poi lo fanno anche gli altri. Tutto molto americano: è un modello esportato da tempo, la partita è un pretesto per passare una giornata al chiuso, visitare il negozio dove vendono magliette e felpe olimpiche che guardando i prezzi probabilmente sono state foderate con il platino, altrimenti non si spiega. E ingollarsi con tecnologia avanzata un tramezzone plastificato più birrazza pagando solo con carta di credito sponsor dei Giochi. Non avevo fame né sete, ma l’idea di entrare in un chiosco senza cassiera, passare la carta sul lettore senza dire cosa prendo, scegliere cibo e bevande, uscire senza dire niente a nessuno e sentire sul cellulare l’avvenuto pagamento deciso dalla telecamera che ti ha ripreso mentre prelevavi la pappa, non ha prezzo.
Il futuro della domenica allo stadio probabilmente è questo, ma il calcio non è preparato. Ci vorrà tempo. L’hockey invece è avanti: torno sugli spalti e la partita è come l’avevo lasciata, però stanno 1-1. Parità cronica. Ci vogliono i supplementari per decidere. Anche qui strana roba. In campo non giocano più sei contro sei ma solo in tre contro tre, oltre ai portieri che il disco addosso sono condannati a prenderlo sino alla fine. Ed è facile che con più spazio sia più facile segnare. E infatti succede. E la partita per regolamento finisce lì, anche se c’erano altri minuti da giocare: “morte improvvisa” la chiamano, più brutto ancora di “portiere”.
Chi ha vinto esulta, chi ha perso si dispera. Due a uno e tutti a casa. Perché non vi dico chi ha segnato e quale squadra ha messo al collo la medaglia di bronzo? Perché sono a pezzi e mi manca il fiato: ovviamente come avevo promesso, sono andato a casa a piedi. Gran bella cosa però l’hockey ghiaccio.
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