lunedì 15 febbraio 2021
A 50 anni se ne è andato a causa della Sla l'ex calciatore Leonardo Volturno che ha legato la sua vita al Potenza, di cui è stato una bandiera. Ennesima giovane vittima del “morbo del pallone”
Leonardo Volturno

Leonardo Volturno - foto concessa dalla famiglia

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Per i tifosi del Potenza c’era e ci sarà sempre un solo Leo, e non è certo Messi, ma il loro «Capitano coraggioso» Leonardo Volturno. Il vecchio leone rossoblù ha smesso di ruggire. A cinquant’anni se lo è portato via la Sla (Sclerosi laterale amiotrofica), alias il “Morbo del pallone”. Ennesima vittima, circa 60 solo nel calcio italiano di questa malattia misteriosa, rara, ma neanche più troppo, visto il tasso di incidenza (specie sulla popolazione calcistica) che è segnalato in preoccupante crescita. Fine precoce di un altro piccolo eroe esemplare del calcio di provincia, quella di Leo Volturno, che, proprio alla vigilia dello scorso Natale, eravamo andati a “trovare” (causa Covid era impossibile, ma almeno telefonicamente abbiamo “squillato” alla porta) a casa sua. Questa è la storia di Leo Volturno che i tifosi del Potenza nella loro pagina Facebook ora salutano con un commosso quanto caloroso “striscione”: «Le leggende non muoiono mai, perché abitano nel cuore di chi continuerà ad amare, sempre e per sempre». E qui sotto riproponiamo la sua storia, pubblicata su Avvenire il 26 dicembre, nei giorni della speranza in cui Leo stava tentando la sua ultima difesa alla propria vita.

Classe 1970, il suo mezzo secolo di vita l’ex capitano coraggioso del Potenza anni ’90 l’ha trascorso sdraiato a letto, perché da maggio 2018 deve fare i conti con l’avversario più bastardo senza gloria che gli sia mai capitato di incontrare: la Sla (Sclerosi laterale amiotrofica).Il “Morbo del Pallone”, come da tempo l’abbiamo tristemente ribattezzato. Pietro Anastasi e Giovanni Bertini, sono state le ultime due vittime di Serie A, tra gli oltre 60 calciatori colpiti dalla malattia che, secondo l’Istituto Superiore di Sanità diretto dal dottor Nicola Vanacore, presenta la maggiore incidenza di casi proprio nella popolazione calcistica. Una popolazione che, purtroppo, da sempre distingue tra casi di Serie A, B, C e D a seconda della carriera che i calciatori malati hanno avuto. Il “caso Volturno” quindi come quello di Luca Pulino e Maurizio Vasino, piccoli eroi esemplari del calcio dilettantistico, due ragazzi coetanei di Leo che il professionismo l’hanno solo sfiorato, e da decenni resistono ai duri colpi quotidiani inferti dalla Sla ai loro corpi inermi, e anche alle loro famiglie. Una lotta dura, impari, logorante,che ha messo in ginocchio tutti a casa Volturno, dove fino al giorno prima del terribile referto medico nella loro casa di Contrada Sicilia (alle porte di Potenza) vivevano «una vita da favola, avevamo tutto quello che serviva per essere felici».

Sono le parole di Anna Sileo, la moglie di Volturno. Fin da ragazzini, «sempre assieme al mio Leo». Volturno, l’ennesimo capitano coraggioso colpito dal Morbo,come Armando Segato, Gianluca Signorini, Adriano Lombardi... Un uomo costretto a giocare sempre più in difesa della sua vita e della sua famiglia. Oltre ad Anna ci sono i due figli Daniele (25 anni) e Christian (15) che ora hanno deciso di rendere pubblica la malattia dell’ex calciatore. Leo fa fatica a parlare, dopo la peg (gastrostomia endoscopica percutanea) non è più uscito di casa, e solo sua moglie può prestargli la voce, che lui non ha più, per raccontare questa storia. «È cominciato tutto il 1° maggio di due anni fa con una fascicolazione al braccio destro. Pensavamo si trattasse di un ictus transitorio, ma al pronto soccorso di Potenza dopo due ore di accertamenti avevano già il sospetto che fosse Sla. Po la visita specialistica a Torino dal prof. Adriano Chiò, un luminare in materia. Sette giorni di ricovero ospedaliero e infine la sentenza implacabile: Sla bulbare e spinale».

Un gol tremendo, preso in contropiede, di quelli che di solito Leo riusciva ad evitare al Potenza. E i tifosi, anche per questo lo ricordano e lo ringraziano ancora. Quegli stessi tifosi che l’hanno eletto “Calciatore del secolo” pur avendo militato nel Potenza degli anni più bui, quelli del dilettantismo e dei fallimenti societari. «Ma Leo sarebbe potuto diventare tranquillamente un professionista. Comandava la difesa con l’eleganza e i tempi di un Nesta per intenderci», racconta il suo ex compagno di squadra, Peppe Catalano che di quel Potenza di capitan Volturno era il portiere.«Con Massimo Drago (ex allenatore della Reggina) costituiva la coppia dei difensori centrali. Nel campionato 2001-2002 grazie anche a Leo, ragazzo generoso e intelligentissimo, siamo stati promossi in C2. Poi quell’estate venne ceduto, ma non ha mai smesso di amare questa maglia e i colori del Potenza», continua Catalano che dell’attuale club lucano è il preparatore dei portieri. C’è sempre un amore e una vita nel suo destino iniziato in campo con la maglia rossoblù, a 19 anni.

«Tardi – spiega Anna –ma Leo ha sempre dovuto lavorare, prima come pavimentista assieme al fratello Vito, poi in fabbrica. Otto ore tutti i giorni e i turni massacranti di notte all’Italtractor. In mezzo gli allenamenti belli pesanti e le partite alla domenica conle trasferte e i ritorni a casa giusto in tempo per andare a marcare il cartellino al lavoro. La stanchezza? Tanta, ma con il suo sorriso e la passione per questo sport,l’ha sempre lasciata fuori dalla porta». Una passione che l’ha tenuto in campo fino a 42 anni: ultima stagione con promozione all’Oppido Lucano. Uscita, a testa alta, come sempre, da capitano coraggioso. E con lo stesso cuore impavido e la sua proverbiale dignità ora sta affrontando anche la malattia. Lo fa appoggiandosi agli amici, gli ex compagni di squadra di quel Potenza che non glifanno mancare il calore della loro vicinanza.«Ogni volta che andiamo a trovarlo Leo ci accoglie sempre con il suo sorriso dolce, come a dirci: “Grazie che siete venuti anche oggi”. Parla con gli occhi, ed è felice quando guardiamo assieme alla tv le partite del Potenza e della sua amata Juventus».

L’altro amore, dopo Anna e i suoi ragazzi. Daniele ha preso il suo posto in fabbrica «e per questo dobbiamo ringraziare l’Italtractor – sottolinea sua moglie – . È lo stipendio che ci permette di tirare avanti e fare studiare, l’altro nostro figlio Christian che frequenta l’Istituto alberghiero». Già, perché per un calciatore che ha trascorso oltre vent’anni in campo, ma tra i dilettanti, non ci sono ammortizzatori sociali, né pensioni, tranne quella di invalidità da 950 euro al mese «che non basta nemmeno a coprire le spese per l’assistenza giornaliera che per questa malattia è H24». Oltre al danno della malattia che ha stravolto l’esistenza di questa famiglia – destino comune a circa seimila in Italia– c’è anche la classica beffa di una burocrazia lenta e impervia. «Il letto elettrico che dovrebbe passare la Asl non ci spetta. Motivazione: Leo non è in grado di azionarlo – denuncia Anna – . È sempre tutto così complicato, a volte mi trovo a discutere con operatori sanitari che sembra non sappiano cosa sia la Sla. Il contributo economico regionale scade il 31 dicembre e del bando per il 2021 non si hanno ancora notizie».

Leo non può neanche protestare direttamente dal suo pc perché non dispone di un adeguato puntatore oculare: «Ne servirebbe uno che gli consenta di accedere a Internet per poter “parlare” con gli amici– spiega sua moglie – . Ora Leo comunica solo con noi di casa e suo fratello Vito: abita al piano di sotto e basta un colpo al pavimento che subito interviene a darci una mano e soccorrerci».Le crisi respiratorie sono sempre in agguato, come i momenti di depressione, specie in questi giorni di un Natale offuscato dalla pandemia. «Il Covid si è appena portato via i due cognati di Leo, uomini di 52 e 63 anni, erano due fratelli che avevano sposato le sue sorelle. È stato un altro colpo durissimo per lui». L’ennesimo di una fase esistenziale in cui sdraiato dal suo letto le domande senza risposta sono più delle certezze nel futuro. «Il calcio c’entra con la sua malattia? Mio marito non ne parla mai. Il prof. Chiò ci disse che forse poteva dipendere dai tanti anni trascorsi in campo, ma chi può dirlo? – conclude Anna – Leo comunque si sente meglio quando parla di calcio con i suoi amici o quando vede le partite dalla sua stanza. Poter tornare allo stadio tutti insieme sarebbe già una piccola vittoria per lui, e anche per noi».

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