martedì 12 aprile 2022
La transmedialità è la capacità di un contenuto di viaggiare su più piattaforme. Ma a fronte di nuove tecnologie, non cambiano desideri e paure: ecco l'eterna primavera di storie dell'Ottocento
Benedict Cumberbatch è Holmes nella serie tv britannica “Sherlock”

Benedict Cumberbatch è Holmes nella serie tv britannica “Sherlock”

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Sin dall’alba dei tempi, nella nostra specie c’è stato un bisogno, di tipo antropologico, di raccontare e farsi raccontare storie per interpretare noi stessi e la realtà attraverso delle narrazioni. Forse perché nutrendoci delle storie che riguardano le vite di altri, possiamo più facilmente diventare narratori della nostra. Da sempre, infatti, narrare costituisce una fondamentale facoltà sociale: ogni cultura ha affidato al racconto e al mito il senso di una memoria condivisa. È attraverso una narrazione che possiamo dire agli altri (ma prima ancora a noi stessi) chi siamo, che cosa viviamo, che cosa pensiamo, i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre paure, le nostre attese.

Narrare è dunque un processo primario nella strutturazione della mente umana: è trasformando il mondo in 'testo' che il bambino se ne appropria; è facendo della magmatica esperienza del quotidiano una sorta di 'sistema narrativo' che l’individuo costruisce se stesso, la propria personalità, l’immagine di sé nella quale si identifica e con la quale si relaziona al mondo esterno.

Ho parlato di 'testo', ma non bisogna pensare solo a quello letterario. Proprio perché così centrale nell’esperienza umana, la dimensione narrativa è stata oggetto di appropriazione, e di ulteriori sviluppi, da parte dei media della modernità e della postmodernità: dal cinema alla televisione, dal fumetto al videogioco, dalla Rete ai social network. Si è andato così configurando un universo transmediale, che è sempre più presente nel mondo in cui viviamo.

Alla transmedialità è dedicato un ciclo di incontri dal titolo Food for Thought in corso in queste settimane su iniziativa del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell’Università di Bologna. Alle ore 17 di oggi sarà ospite del Teaching Hub del Campus di Forlì dell’Alma Mater, Alessio Ceccherelli, docente di Sociologia dell’educazione e Digital and Transmedia Storytelling all’Università di Roma 'Tor Vergata', il quale ha di recente pubblicato, insieme con Emiliano Ilardi, il volume Figure del controllo. Jane Austen, Sherlock Holmes e Dracula nell’immaginario transmediale del XXI secolo (Meltemi, pagine 268, euro 20,00).

Nell’opera Lessico del XXI Secolo, pubblicata da Treccani nel 2013, viene definito 'transmediale' ogni «prodotto, storia, contenuto, servizio capace di viaggiare tra più piattaforme distributive e di incarnarsi su media differenti secondo le regole della convergenza». Il significato del termine è dunque simile a quello di un altro vocabolo, 'crossmediale', ma con una sfumatura diversa, che deriva dalla definizione di 'transmedia storytelling' proposta dal massmediologo statunitense Henry Jenkis, il quale sottolinea la capacità del prodotto, storia, contenuto, servizio ecc. di aggiungere brandelli di senso e di narrazione a ogni sua nuova incarnazione sulle diverse piattaforme. In altre parole, a ogni successivo passaggio da una declinazione mediatica a quella successiva, si verifica (o quanto meno si può verificare) un incremento di significati.

Emblematici sono, in tal senso, i casi studiati nella loro monografia da Ceccherelli e Ilardi, che si sono chiesti per quali ragioni tra le decine di classici ottocenteschi che oggi vengono riproposti o riutilizzati, spesso in modi spregiudicati e molto poco filologici, per rispondere all’inesausta domanda di narrazioni del pubblico contemporaneo, tra i più fortunati troviamo proprio romanzi come Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e Dracula di Bram Stoker.

L’ipotesi - vagliata e minuziosamente argomentata nel volume - è che le paure e i desideri tipici della modernità mantengano un nucleo profondo che non è variato di molto nel corso del tempo. Da qui il successo delle opere considerate all’interno dell’attuale industria culturale transmediale, sia mainstream - cinema, neoserialità televisiva, videogame, fumetti - sia underground: dalle 'fanfiction', le storie elaborate e fatte circolare in Internet da appassionati dei rispettivi generi, al 'social reading'. Quest’ultima è una pratica di lettura condivisa attraverso cui gli utenti leggono insieme un testo, lo commentano, ne discutono, in base ai modi di interazione tipici dei social network: per esempio tramite smartphone. Un caso, quest’ultimo, che sembra fatto apposta per rintuzzare le preoccupazioni di insegnanti e genitori in base alle quali i telefonini debbano essere necessariamente nemici della lettura. Forse, invece, non tutto è perduto.

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