lunedì 4 febbraio 2013
​«Ci sono fratelli a cui è chiesto di testimoniare con il dono della loro vita e altri ai quali viene domandato di testimoniare attraverso le loro vite». Sono le parole della badessa di un monastero rivolte a frère Jean-Pierre Schumacher, uno dei due monaci trappisti sopravvissuti al rapimento e alla strage di sette confratelli, nel monastero di Tibhirine, in Algeria, nella primavera del 1996. «Quelle parole - confessa ora frère Jean-Pierre - mi hanno come sollevato dal peso di una domanda che non finiva di interrogarmi: perché il Signore mi aveva concesso di restare in vita? Ho compreso che era proprio per realizzare questa missione: testimoniare gli avvenimenti di Tibhirine e far conoscere l’esperienza di comunione con i nostri fratelli musulmani, che continuiamo ora qui nel monastero di Midelt, in Marocco».Non senza reticenza, frère Jean-Pierre, che abbiamo incontrato dopo il successo del film Uomini di Dio, ha accettato di concedersi anche ai giornalisti e non solo agli ospiti e ai visitatori che si spingono sin quassù, sulle pendici dell’Atlante marocchino. Testimoniare sì, ma davanti a un microfono, a una telecamera… Non è stato facile, soprattutto negli ultimi anni, né per lui né per la sua comunità, fronteggiare l’assalto spesso poco discreto dei media. Frère Jean-Pierre lo ha fatto con la spontaneità e la semplicità che lo contraddistinguono. E con una lucidità sorprendente per i suoi quasi 89 anni. Da queste testimonianze sono nati diversi articoli, ma soprattutto due libri da poco usciti in Francia: L’Esprit de Tibhirine (Lo spirito di Tibhirine), con il giornalista Nicolas Ballet (Seuil, pp. 216, euro 17) e Le dernier moine de Tibhirine (L’ultimo monaco di Tibhirine) del giornalista belga Freddy Derwahl (Albin Michel, pp. 204, euro 18). Molto bello e intenso il primo, frutto di «un’immersione completa nel monastero», come racconta lo stesso Ballet. Il giornalista, infatti, che aveva conosciuto frère Jean-Pierre in precedenza e aveva realizzato nel 2011 un’inchiesta sui "misteri" di Tibhirine, ha lavorato per oltre un anno e mezzo attorno alla figura dell’ultimo sopravvissuto (l’altro, frère Amedée, è morto nel 2008). Un lavoro meticoloso e approfondito che lo ha portato in Algeria, Francia e Svizzera. E, soprattutto, in Marocco, dove il co-autore ha passato un mese e mezzo nel monastero di Midelt, attualmente l’unica presenza monastica maschile in Nordafrica. Qui ha raccolto trenta ore d’intervista con l’anziano monaco e facendo lunghe ricerche nella biblioteca e negli archivi del monastero (dove sono confluiti anche molti libri e documenti di Tibhirine).Attraverso l’itinerario umano e spirituale di frère Jean-Pierre è tutto un secolo che viene raccontato: la sua infanzia, la guerra, il rischio, scampato per un  soffio, di finire sul fronte russo... E poi la scelta sacerdotale prima e claustrale dopo e quindi il trasferimento in Algeria nel 1964. Anche qui, anni difficili e straordinari: quelli all’indomani dell’indipendenza e quelli dell’incontro con i "fratelli" musulmani. Qualcosa di nuovo, inedito e sorprendente per gli stessi trappisti. Un incontro che è maturato nel tempo e si è consolidato con l’arrivo come priore di frère Christian de Chergé, grande uomo di fede e di dialogo. «Le relazioni fraterne con gli altri monaci», sono il suo ricordo più forte: «Era così bello!», dice commuovendosi ancora. E poi il legame con la gente del villaggio: «Qualcosa di essenziale se volevamo che la nostra presenza in un mondo totalmente musulmano avesse senso». Poi il rapimento, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e l’uccisione in maggio dei suoi confratelli. Lui, Jean-Pierre, scampò al sequestro perché quella notte era di servizio in portineria, in un edificio adiacente al monastero. Questa vicenda tragica e per molti versi carica di misteri - non si sa ancora con certezza chi rapì e uccise i monaci - non ha però cancellato quello "spirito di Tibhirine" che dà il titolo anche al libro: l’amore di Dio condiviso con i propri fratelli e sorelle. «Il dialogo con i musulmani non è un passaggio obbligato - vi si legge -, ma una scelta deliberata fatta di rispetto, fiducia, ascolto e condivisione. Lo spirito di Tibhirine non è riservato ai monaci; tutti possono viverlo, ovunque essi si trovano».È dunque questo il messaggio più forte che esce da questo libro-testimonianza. In fondo, un messaggio di speranza. Perché, come lo stesso frère Jean-Pierre dice, quello vissuto ogni giorno dalla sua comunità non è altro che un «laboratorio di speranza per la nostra società». Non per niente anche Freddy Derwahl, nel suo L’ultimo monaco di Tibhirine, lo definisce «un uomo incredibilmente aperto nella sua fede». E ricorda, come attraverso la sua testimonianza, riviva anche il senso profondo del testamento spirituale di Christian de Chergé, ancora oggi di grandissima attualità: «Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando con le differenze».
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