L'intervista. Scappucci, talento in bacchetta


Pierachille Dolfini martedì 15 marzo 2016
Scappucci, talento in bacchetta
A guardare il suo curriculum si potrebbe pensare che “la svolta” nella carriera di Speranza Scappucci sia arrivata nel novembre 2011. «Quando la Yale opera mi ha offerto di dirigere il Così fan tutte di Mozart. La mia prima volta su un podio». Eppure la musicista romana, classe 1973, va un po’ più indietro nel tempo. Alla fine degli anni Ottanta. «Avevo 14 anni, studiavo musica da quando ne avevo 4. Entrai in crisi. Volevo mollare tutto. Il carico di lavoro tra la scuola e il conservatorio mi pesava. Poi un lungo discorso di mia madre sulla necessità di far fruttare i talenti che ci sono stati dati, come ci insegna la parabola evangelica. Ci ho riflettuto a lungo e quando la crisi è passata ho trovato il piacere di fare musica». Stasera Speranza Scappucci debutta al Teatro Regio di Torino: in scena (repliche sino al 24 marzo) la Cenerentola di Gioachino Rossini con la regia di Alessandro Talevi «che ambienta l’opera a Cinecittà. Io dal podio – racconta – cerco di lavorare sulla trasparenza e sulla brillantezza del suono della partitura che ha una scrittura quasi cameristica e nella quale senti ancora Mozart e la Scuola napoletana».Ma da dove viene la scelta, maestro Scappucci… A proposito, va bene il titolo di “maestro”?«Meglio di “maestra”, che mi ricorderebbe la scuola elementare. Ma non mi formalizzo su maschili o femminili. Quello che conta è la musica, le idee che metti in campo. Trovo sterile qualsiasi rivendicazione: quando lavoro con un’orchestra i musicisti reagiscono al mio gesto, alle mie richieste e alle mie idee e non al fatto che sul podio ci sia una donna».Dicevamo, allora, maestro Scappucci, da dove viene la scelta di impugnare la bacchetta?«Una coincidenza, non pianificata a tavolino, perché da bimba non mi sognavo direttore d’orchestra. Nel 2011 Yale mi ha chiesto di dirigere e ho accettato. Ma mi piace dire che salire sul podio è il culmine di un lungo percorso iniziato al piano terra della mia casa a Roma. Lì abitava una maestra di musica e i miei genitori avevano mandato me e i miei tre fratelli a studiare: volevano darci una cultura, non per forza farci diventare musicisti. L’insegnante disse ai miei che ero portata. Ecco allora il Conservatorio di Santa Cecilia dove mi sono diplomata in pianoforte. A 19 anni l’audizione per la Julliard school di New York: mi hanno presa e l’America è diventata la mia seconda casa. Ho iniziato poi a suonare e a la- vorare come maestro collaboratore con James Levine, Seiji Ozawa e Riccardo Muti. Ho collaborato con il direttore italiano a Salisburgo e a Roma e quando ha saputo che avrei iniziato un percorso come direttore d’orchestra mi ha incoraggiata, capendo la mia esigenza di esprimermi da sola».Da quando ha preso la bacchetta sono tanti i teatri che l’hanno chiamata.Mi ritengo un caso emblematico per dire che chi semina con tenacia e costanza, nel tempo raccoglie perché oggi i teatri dove ho lavorato come maestro collaboratore mi chiamano sul podio. Certo, ci sono state anche persone che hanno avuto fiducia in me. Ma io ce l’ho messa tutta: mi sono sempre data delle mete da raggiungere, ogni anno un sogno da realizzare. Per dare un senso alla vita e per far fruttare al meglio i talenti che Dio ci ha donato».Un approccio spirituale alla vita e alla professione.«L’ho respirato in famiglia attraverso i valori che mi hanno trasmesso i miei genitori, mamma insegnante di inglese alle superiori, papà giornalista a Radio Vaticana. Una famiglia unita e i miei fratelli appena possono mi raggiungono in giro per il mondo dove dirigo».In agenda ha Amsterdam e l’Opera diVienna.«Non solo. Maggio a Los Angeles per Bohème, il mio primo Puccini. Ad agosto, invece, tornerò in Italia per dirigere al Rossini opera festival di Pesaro Il turco in Italia. E nel 2017 all’Opera di Roma il Così fan tutte. Non mi adagio mai, però, perché ogni volta bisogna dimostrare di valere, di meritare la fiducia e il posto che stai occupando».Non la spaventa avere l’agenda piena per i prossimi anni?«Se guardo il mio calendario per un attimo mi assale la paura. Ma poi la gestisco. Cerco di non avere impegni troppo ravvicinati per darmi il tempo di studiare le partiture che dirigerò. Quella del direttore d’orchestra è una professione che richiede uno studio costante, non si può improvvisare». C’è un modo “femminile” di stare sul podio?«Non parlerei di approccio al maschile o al femminile. Ma di approccio unico e originale per ogni musicista. Perché ciascuno ha la sua sensibilità che mette in campo quando si accosta a una partitura. Quello che conta è l’autorevolezza che hai se davanti a un’orchestra ti presenti preparato. Anche per sostenere il confronto con i registi: occorre lavorare insieme, avere uno scambio continuo per rendere il miglior servizio alla musica. Per questo cerco di partecipare a tutte le prove, comprese quelle di regia».Guardando al suo percorso ritiene che quella di direttore d’orchestra sia una carriera più difficile per una donna?«Posso dire che sicuramente noi donne ci portiamo dietro un retaggio di pregiudizi del passato. Idee che, per fortuna, stanno progressivamente scomparendo. In alcune parti del mondo le donne sul podio non fanno nemmeno più notizia. La figura del direttore nel nostro immaginario è legata al comando e il comando (di un esercito, di un governo…) è sempre stato affidato agli uomini. Ma le cose stanno cambiando. Uno spettatore di oggi, abituato a vedere sul podio uomini e donne, raramente si chiede se sia una professione “maschile”. E con l’avvicendarsi delle generazioni sono sicura che non si porrà più nemmeno il dubbio».Tra donne del podio fate gruppo?«Il nostro lavoro ci porta ad essere sempre in giro per il mondo. Ci aiutano i social network. Sono in contatto con Emmanuelle Haïm, musicista francese specializzata nella musica barocca. Ci sentiamo tramite Facebook. Stimo molto Simone Young e Susanna Mälkki. Guardo a loro come ai grandi direttori del passato, oltre che ai direttori con i quali ho collaborato: cerco di imparare da tutti senza, però, imitare nessuno».Un sogno all’anno, diceva. Il prossimo?«Teatri e titoli ce ne sono molti. Vorrei dirigere sempre più musica sinfonica, Mozart, Beethoven, ma anche Schubert e Schumann. Un sogno, però, è quello di dirigere davanti a papa Francesco: metterei sul leggio lo Stabat Mater di Rossini o la Messa in do minore di Mozart».
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