domenica 24 dicembre 2017
Un secolo fa il teologo luterano pubblicava il saggio che rivoluzionò il modo di interpretare i fenomeni religiosi. E coniò l’espressione “numinoso” per dire la percezione religiosa dell’uomo
Fascinoso e tremendo, è il “sacro” di Otto

Nella memoria collettiva il 1917 è l’anno della Rivoluzione russa d’ottobre, ma per chi si occupa di scienze della religione è anche l’anno della prima edizione di Das Heilige ( Il Sacro) di Rudolf Otto (1869-1937), un libro che è unanimemente riconosciuto come un classico della saggistica religiosa del Novecento e uno dei pochi best seller appartenenti a questo genere che resistono nel tempo. Il suo autore, fino ad allora un teologo luterano poco conosciuto al di fuori dell’ambito accademico, è divenuto grazie a esso una delle figure centrali del pensiero filosofico- religioso contemporaneo, e la sua teoria della religione una delle più fortunate e discusse tra gli scienziati della religione di tutto il mondo. Il successo de Il Sacro, che in Italia venne tradotto già nel 1926 da Ernesto Buonaiuti (e che oggi è disponibile al lettore italiano in altre due più affidabili traduzioni, quella di Stefano Bancalari, presso Fabrizio Serra Editore e quella di Riccardo Nanini e Aldo Natale Terrin presso Morcelliana), si deve ad alcune ragioni e a qualche equivoco: una prima ragione è che il libro offre un’originale fenomenologia dell’esperienza religiosa che ha il sicuro merito di portare alla luce le dimensioni costitutive di quest’ultima: fra queste il senso del mistero che caratterizza il rapporto dell’uomo con il divino o il “numinoso” (un neologismo, questo, coniato da Otto), la duplice polarità dell’esperienza del “totalmente altro”' che per un verso intimorisce e respinge (è il momento del tremendum) e per l’altro affascina ed attrae (è il momento del fascinosum), la compresenza nel sentimento religioso di un aspetto irrazionale e di uno razionale che distingue la religione da altri fenomeni culturali e al tempo stesso mostra la continuità con essi. Una seconda ragione è dovuta proprio al rilievo dato al concetto di “sacro”, che in Otto indica tanto l’oggetto dell’esperienza religiosa (il divino) quanto la disposizione interiore che è presente in tutti gli uomini a fare questo tipo di esperienza. Il concetto di sacro era già stato utilizzato da alcuni scienziati della religione nei primi anni del XX secolo per caratterizzare l’esperienza religiosa in contesti culturali differenti da quello occidentale, dove non è presente la credenza in un unico Dio o in una pluralità di dèi, o dove, come nelle religioni primitive, le potenze naturali sono concepite come manifestazione di anonime potenze sovrannaturali che sovrastano l’uomo.

Tuttavia, è soltanto grazie al libro di Otto che tale concetto si è affermato prepotentemente nella scienza delle religioni del Novecento, fino a risultare uno dei suoi concetti-chiave, per poi transitare nel linguaggio comune, come è testimoniato dal fatto che molti nostri contemporanei preferiscono parlare di esperienza del “sacro” piuttosto che di esperienza di “Dio” o del “divino”. Infine, una delle ragioni del successo de Il Sacro è la capacità di Otto di muoversi su diversi piani disciplinari (quello teologico, quello filosofico, quello storico, quello psicologico) e l’impressionante conoscenza che egli dimostra (qui co- me in opere successive) di molteplici tradizioni religiose, una conoscenza che gli ha consentito di avere una visione globale del fenomeno religioso in tempi che non erano ancora caratterizzati dalla globalizzazione, cogliendo affinità e comunanze dove spesso apparivano soltanto differenze e divisioni. È vero, tuttavia, che il successo di questa opera dipende anche da qualche equivoco: il principale di essi è quello di aver considerato l’opera come l’espressione paradigmatica in ambito religioso del clima di generale “crisi della ragione” che caratterizza il primo Novecento, mentre Otto, mediante il rilievo dato all’irrazionale nell’idea del divino, intendeva principalmente mettere in questione l’attitudine razionalistica della teologia e della filosofia della religione moderne, e non nutriva alcuna simpatia per correnti 'irrazionalistiche' di pensiero come la filosofia della vita o il nascente esistenzialismo.

Non bisogna poi dimenticare che il successo riscosso nel vasto ambito delle scienze della religione ha finito per oscurare il movente teologico de Il Sacro. Il libro, infatti, nelle intenzioni di Otto, doveva essere soltanto una tappa di un più ampio programma teologico di stampo liberale che voleva comprendere il cristianesimo nella sua relazione complessiva con il fenomeno religioso e quello culturale, senza tuttavia rinunciare alla sua peculiarità e per molti versi alla sua superiorità nel quadro delle religioni mondiali. Il confronto di Otto con il naturalismo di tipo scientifico, nei primissimi anni del Novecento, così come la sua riflessione sulla fondazione religiosa dell’etica che caratterizza gli ultimi anni della sua attività, sono momenti altrettanto significativi della sua riflessione che meritano di essere indagati perché, probabilmente, manifestano meglio del suo capolavoro la reale intenzionalità della sua opera. In questo modo, il ricordo della pur notevole storia degli effetti de Il Sacro nel pensiero religioso contemporaneo può aprirsi a dimensioni scarsamente esplorate dell’opera di Otto che rendono effettivamente ragione, ancora oggi, della sua rilevanza come studioso del fenomeno religioso.

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