domenica 20 agosto 2017
Il 23 agosto 1927 Nicola e Bartolomeo salirono al patibolo innocenti. Ma in America si stenta ancora a fare i conti con una condanna basata su pregiudizi. Parla l'ultima nipote vivente di Sacco.
Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco in una foto storica

Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco in una foto storica

Robert Green Elliott era un uomo meticoloso. Il suo lavoro lo esigeva, non poteva sbagliare. Mister Elliot faceva 'l’elettricista di Stato'. La mattina del 22 agosto 1927 arrivò molto presto al penitenziario di Charlestown (nel Massachusetts). Quella notte avrebbe dovuto giustiziare due italiani di cui tutti parlavano, da tanti anni. In migliaia, in varie parti del mondo, erano scesi in piazza per gridare la loro innocenza. Eppure erano solo due semplici operai, due emigrati. Mentre Elliot, con meticolosità, iniziò a preparare i suoi mezzi di lavoro, padre Michael Murphy, cappellano della casa di pena, andò a cercare di dare un ultimo conforto ai due condannati, che rifiutarono gentilmente.

Vissero le ultime ore con contegno. Mangiarono zuppa, carne e pane tostato. Gli furono sforbiciati i capelli e gli fu inciso un lungo taglio verticale sui pantaloni per posizionare gli elettrodi quando si sarebbero seduti sulla grande sedia. Fuori c’era un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine che circondavano le vie intorno al penitenziario. Alle 23.30 iniziarono ad arrivare i testimoni ufficiali. A mezzanotte e 27 minuti era tutto finito. «In nome della legge vi dichiaro morti», bisbigliò il direttore del carcere Warden Hendry. Un silenzio irreale, profondo regnò nella stanza. Lo stesso che ci fu cinque giorni dopo, domenica 28 agosto 1927, durante i funerali. Un corteo mesto, lungo otto miglia sotto una pioggia sempre più insistente, a cui parteciparono migliaia di persone.

Così morirono Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati di rapina e dell’omicidio di due impiegati, Ferderick Parmenter e Alessandro Berardelli, della 'Slater and Morrill' di South Braintree. Nel 1977, in seguito al clamore suscitato dal film di Giuliano Montaldo, dalle numerose manifestazioni e dal lavoro di revisione del processo promosso dal Comitato Internazionale per la Riabilitazione, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis dichiarò «che ogni stigma e onta vengano per sempre cancellate dai nomi di Sacco e Vanzetti». Continuava il governatore con parole ancora attuali: «Il loro processo e la loro esecuzione dovrebbe far ricordare ai popoli civili del costante bisogno di munirsi contro la nostra suscettibilità al pregiudizio». E se queste due figure di vittime, nel corso di questi anni, non sono mai state obliate è mancata, però, la contestualizzazione e l’approfondimento, come ha fatto notare Valerio Evangelisti, della «loro militanza, del loro anarchismo».

E proprio per questo, dopo aver dato alle stampe un puntuale e appassionante racconto delle ultime ore di vita e, soprattutto, dei funerali (con in allegato il dvd dei filmati originali che le autorità americane volevano far bruciare) intitolato La marcia del dolore di Luigi Botta, la casa editrice Nova Delphi, nel novantesimo della morte, ha avviato un progetto editoriale che prevede la ristampa di testi come Le ragioni di una congiura e Altri dovrebbero avere paura.

Sempre la Nova Delphi ha organizzato, per il 30 settembre, una giornata di studi presso lo Spazio Sociale di Mutuo Soccorso 'Communia' di Roma. Intanto, il 23 agosto, a Torremaggiore (Foggia), si terrà il Memorial Day per Sacco e Vanzetti, una ricca giornata con il gemellaggio del comune di Villafalletto (luogo di nascita di Vanzetti) e la partecipazione di varie associazioni come 'Amnesty international' e 'Nessuno Tocchi Caino'.

Maria Fernanda Sacco, ottantacinque anni, ultima nipote vivente di Nicola, racconta ad 'Avvenire': «Io sono nata cinque anni dopo la sua morte. A me fu dato il suo vero nome. Infatti, il nome di battesimo di mio zio era proprio Ferdinando ma venne conosciuto come Nicola perché quello fu il nome che scelse quando tornò negli States, dopo un periodo in Messico, perché renitente alla leva. Ho sempre convissuto con la memoria di questa tragedia ricordata sempre da tutta la nostra numerosa famiglia. Durante il ventennio fascista ci hanno proibito di mettere fiori e foto sulla lapide. E così, quando andavano al cimitero, legavamo un mazzo di garofani rossi in segreto».

Sono tanti gli impegni messi insieme da questa piccola donna del sud dalla voce flebile ma dalla grande forza interiore. È stata lei a fondare, dieci anni fa, un’associazione, presieduta da Matteo Marolla, che si propone anche di sensibilizzare «l’abolizione della pena di morte in tutti i Paesi del Mondo e l’affermazione della pratica dell’integrazione sociale».

Nel quadro del Memorial Day di mercoledì 23, Ennio Di Francesco, presidente dell’Associazione Emilio Alessandrini, inoltre, farà il punto del Progetto 'Verità per Nick e Bart' di cui è coordinatore. «Nel maggio 2016 – spiega – Fernanda Sacco ha scritto tre lettere congiunte a papa Francesco, al Presidente Mattarella e al Presidente degli Stati Uniti per chiedere la riabilitazione globale etica, giuridica, storica e sociale di Sacco e Vanzetti, condannati sulla base di pregiudizi politici e razziali alla fine di un processo farsa in cui non è stato esercitato il diritto della difesa, perché ' dirty italian', 'sporchi italiani'.

Qualche risultato si è ottenuto: la segreteria del Presidente Mattarella ha telefonato a Fernanda e il Santo Padre, attraverso la Segreteria di Stato, ha inviato un messaggio di vicinanza e di benedizione. Chissà che il 23 agosto non ci sia un altro gesto significativo... ».

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