venerdì 23 agosto 2013
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L'archimandrita Ioann delle Grotte di Pskov rispondeva alle domande prima ancora che i fedeli le avessero poste. Parlava velocissimo, per sfruttare ogni istante. «La mia è una vita molto debole, in cui si manifesta la forza di Dio – diceva di sé –. Riesco a fare qualcosa al mattino, dopo di che le mie energie si esauriscono». Questo non gli impedì di passare quasi 40 anni in monastero, dedicandosi alla stesura di lettere in cui riecheggia tutta la sapienza della tradizione patristica. Ma anche padre Tichon, ormai in agonia, riuscì a rimandare la morte per assistere ancora qualche mese la moglie amatissima. Quanto al monaco Tavknov, che nell’eremo di Riga accoglieva fino a 600 pellegrini ogni giorno, neppure la convocazione del Kgb riuscì a turbarlo. «Volete mandarmi nel gulag? Benissimo, per me è un’ottima notizia», disse agli agenti.Episodi che sembrerebbero uscire dai Racconti di un pellegrino russo o da un capitolo dei Fratelli Karamazov e che invece appartengono alla storia religiosa del XX secolo. A fianco dei martiri, infatti, ci sono stati i confessori: il «piccolo santo resto dell’ortodossia», come lo definisce il rettore dell’Università moscovita di San Tichon, padre Vladimir Vorob’ev, durante l’incontro che il Meeting ha organizzato a complemento della mostra che illustra le vicende della Chiesa russa sotto la persecuzione sovietica. A Rimini padre Vladimir era già stato l’anno scorso e aveva «parlato dell’essenziale» con i responsabili del Meeting, prima fra tutti la presidente Emilia Guarnieri, che ora lo presenta davanti a una platea affollata e attenta. Per Cl quello con l’autorevole studioso (tra gli incarichi di Vorob’ev c’è anche la guida della Società teologica ortodossa) non è un rapporto recente. Al contrario, risale alla consuetudine con padre Vsevolod Spiller, la cui biografia coincide con i drammi del Novecento: nato nel 1902 in una famiglia della nobiltà russa, combattente nell’Armata bianca, fu ordinato prete in Bulgaria e nel 1951, al suo ritorno in Russia, divenne parroco di San Nicola ai Fabbri, nucleo dell’attuale Università di San Tichon. Nel 1984, in punto di morte, profetizzò l’imminente caduta del regime.«Ancora oggi – avverte padre Vorob’ev – non è possibile conoscere con esattezza quante siano state le vittime di quei decenni in cui si sono susseguite uccisioni, deportazioni, profanazioni ed espropriazioni. Sappiamo però che con la Rivoluzione sovietica prese corpo il progetto di scristianizzazione del mondo. La maggioranza dei russi non era consapevole, anche perché la propaganda comunista era molto efficace». La fede, insiste, è riuscita a conservarsi solo per merito degli starec, i maestri spirituali che hanno affrontato le persecuzioni così come, secoli prima, avevano fatto i cristiani delle origini. Ricevendo visioni, operando miracoli, custodendo gelosamente il tesoro della speranza.
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