sabato 23 novembre 2019
Dopo i “redenti” Mirella Serri dedica uno studio ai giovani che sfidarono il fascismo "senza se e senza ma": Un quadro variegato da cui spiccano i tre fratelli Sereni
Benito Mussolini

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Mirella Serri insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea a La Sapienza di Roma e può vantare una lunga militanza come giornalista culturale e critico letterario per “La Stampa” e il suo supplemento “Ttl”, ma è da una quindicina d’anni che s’è fatta anche storica delle idee, a partire, cioè, dall’uscita per Corbaccio d’un libro molto fortunato, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, su quegli uomini di cultura che, formatisi dentro l’ideologia fascista abbracciata con fervida fede, si volsero poi all’antifascismo e alla resistenza, vivendo il mutamento come una conversione, se non addirittura un cammino di redenzione. Seguirono poi, sullo stesso originale solco e dentro problematiche non lontane da quella di partenza, tutti per Longanesi, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980) (2012), Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri (2014), Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia (2015) e Bambini in fuga. I giovanissimi ebrei braccati dai nazisti e fondamentalisti islamici e gli eroi italiani che li salvarono (2017).

Ho parlato di originale solco per questo percorso di ricerca: laddove l’originalità sta nel fatto che Mirella Serri, quella storia delle idee nonché la sequenza degli eventi grandi e piccoli, sa farli camminare concretamente sulle gambe degli uomini e delle donne che ne sono protagonisti, concretamente restituiti nella loro personalità (nei loro sogni e gusti, nelle loro passioni e speranze, nelle loro paure e idiosincrasie), coniugando, con grande felicità, il primato del documento e delle fonti a un’invidiabile, diciamo così, disposizione al racconto. Qua-lità, si aggiunga che trovano conferma anche in questo suo ultimo notevole lavoro, in cui convergono i temi di sempre (il nazifascismo, la drammatica questione ebraica, la resistenza e l’antifascismo): Gli irriducibili. I giovani ribelli che sfidarono Mussolini (pagine 242, euro 19).

Enzo Sereni con moglie e figli

Enzo Sereni con moglie e figli

Ecco: chi sono gli “irriducibili”? Un «piccolo gruppo di giovani nati nel primo decennio del secolo passato» che, in grande anticipo sulla stessa resistenza, nella generale ed entusiastica adesione di tutti gli altri al regime, rifiutando anche l’idea d’un maestro come Croce che parlava della dittatura come mera parentesi d’una ben altra storia nazionale, «non si adagiarono nel consenso all’Italia fascista e che per questo scontarono anni di prigionia, di confino e di esilio», soprattutto in Francia, ma anche in Palestina e in Tunisia. E poi: «Erano intellettuali, pensatori e filosofi alle prime armi e accomunati da una medesima provenienza sociale e culturale». E ancora: «Facevano parte delle élite per nulla 'conservatrici', con buona pace di Vittorini » (ecco, Vittorini: uno dei “redenti”, i cosiddetti fascisti di sinistra). Infine: «Appartenenti a famiglie borghesi e colte, una parte di loro aveva aderito al Partito comunista d’Italia, altri militavano in Giustizia e Libertà, altri ancora erano socialisti riformisti o repubblicani». I nomi sono presto fatti.

Emilio Sereni

Emilio Sereni

Su tutti i fratelli Sereni: Enrico, lo scienziato che si sposa improvvisamente con la sua assistente Dvora Rabinowitz; il filosofo Enzo e la moglie Ada Ascarelli, che in Palestina, dove emigrano, fondano un kibbutz (seppure Enzo, tornato in missione in Europa morirà nel campo di concentramento di Dachau); Emilio, detto Mimmo, «il saputello o saccente di famiglia », prima ebreo ortodosso fino al fanatismo, poi, altrettanto fanaticamente, stalinista intransigente, che sposa Xeniuska Silberberg, figlia di un socialista rivoluzionario impiccato dallo zar, del quale Mimmo Altiero Spinelli arriverà a dire che era «di abile menzogna». Poi bisognerà citare Giorgio Amendola e Manlio Rossi-Doria, i quali seguono dappresso le vicende dei fratelli Sereni, soprattutto Emilio, almeno sino al 1939, quando il patto di non aggressione tra Germania e Urss porterà a rotture e divaricazioni (è il caso di Rossi-Doria, che aderirà in seguito al Partito d’azione). Non posso non aggiungere Maurizio Valenzi – l’eroe della resistenza tunisina prima ancora che il sindaco amato del futuro – e Litza Cittanova, Giuseppe Di Vittorio, Velio Spano «rivoluzionario di professione» e Nadia Gallico, Ferruccio Bensasson, e tanti altri ancora.

Enrico Sereni

Enrico Sereni

Il libro di Serri fa perno sin da subito sulla storia della famiglia Sereni, proprio perché i tre fratelli rappresentano tre istanze politico-antropologiche diverse e tre diverse ipotesi di destino che si spalanca sulla storia – purtroppo minoritaria – della sinistra italiana: Enzo è sionista; Enrico è socialista; Emilio, appunto, comunista. Quell’Emilio, così ciecamente devoto all’Unione Sovietica, così pronto a obbedire agli slogan staliniani, da arrivare a rompere ogni rapporto coi due fratelli, l’ebreo che sceglie Israele e il “socialfascista”. Tre catalizzatori, diciamo così, dentro cui si possono leggere le vicende degli altri compagni di lotta, tra amori e odi, generosità e risentimento, lealtà e tradimento.

S’è detto d’una storia minoritaria della sinistra italiana. Al di là dei tanti rivoli biografici, che Serri asseconda con grande gusto affabulatorio, mi pare necessario sostare sulle lucide e amare pagine finali, in cui la scrittrice riflette sul rapporto tra “redenti” e “irriducibili”, cercando di spiegarsi come e perché, per dire, i Di Vittorio e gli Spano (sua è, per altro, a proposito di Carlo Muscetta, la definizione di “redenti”), che avevano prestissimo «incrociato le armi con il nazismo e avevano lottato contro l’antisemitismo», «si ritrovarono in sparuta minoranza». Perché questo è il punto: i “redenti” – «propensi a sottolineare il tratto populista, ugualitario e antielitario del fascismo», a porre in secondo piano «il piglio sanguinario e razzista della tirannia » –, «con la rielaborazione della memoria, (…) misero la sordina alle imprese dei primi antifascisti, di coloro che avevano combattuto la violenza del regime mussoliniano fin dal suo avvento».

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