venerdì 23 novembre 2018
C’è chi ha dubitato della levatura lirica degli “Inni Sacri” e delle “Odi Civili”. A cura di Pierantonio Frare, esce una illuminante edizione critica del Centro nazionale studi manzoniani
Una immagine del grande letterato milanese Alessandro Manzoni

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In materia di poesia Giuseppe Salvagnoli Marchetti era sicuro di sapere il fatto suo: quali forme metriche andassero impiegate, applicate a quali soggetti, con quale argomentazione retorica. Apparsi a Roma nel 1829, i suoi “dubbj” (così nella grafia dell’epoca) Intorno gl’Inni Sacri di Alessandro Manzoni non rappresentano soltanto un caso esemplare di critica letteraria applicata a un oggetto fantomatico, ma possono essere anche considerati come il punto di partenza della duratura fama di “impoetico” che ancora perseguita il Manzoni in versi. E poco importa che gli addebiti mossi da Salvagnoli fossero stati tempestivamente contestati da altri lettori contemporanei, senza tenere conto degli elogi che lo stesso Goethe aveva già riservato agli Inni Sacripartendo proprio dall’elemento che più infastidiva il dubbioso recensore, e cioè quella varietà di espressione, tono e – di nuovo – misura metrica in virtù della quale, per l’autore del Faust, «la poesia ne piace e diletta».

Oggi come allora, per molti lettori gli Inni Sacri sono e rimangono, non meno delle coeve Odi Civili, un oggetto fantomatico, appunto: al testo che Manzoni ha effettivamente composto (a volte con impressionante rapidità, in altri casi attraverso un sofferto susseguirsi di revisioni e pentimenti) si sovrappone quello che si vorrebbe avesse scritto, in una ridda di incomprensioni e pregiudizi della quale ora rende giustizia l’importante edizione curata da Pierantonio Frare per il Centro Nazionale Studi Manzoniani, all’interno della quale trova spazio anche un utile dossier delle più antiche testimonianze critiche (per informazioni: www.casadelmanzoni.it). Pur essendo stato preceduto da molte altre uscite (tra le quali andrà almeno ricordata, per affinità tematica e stilistica, l’Adelchi allestita dal compianto Carlo Annoni e andata in stampa nel 2015), questo che raccoglie Inni Sacri e Odi Civili figura come il primo volume dell’Edizione nazionale ed europea delle opere manzoniane, promossa a suo tempo da Giancarlo Vigorelli. Un’impresa che ha l’ambizione di offrire un quadro aggiornato di ciascun testo, tornando nello stesso tempo a promuoverne la diffusione in uno spirito che sia il più vicino possibile alle originarie intenzioni dell’autore. Anche da questo punto di vista, gli Inni Sacri costituiscono un banco di prova irrinunciabile a causa dell’intreccio tra riflessione teologica e destinazione popolare che ne caratterizza il progetto. Rimasto incompiuto, com’è noto, sia nella strutturazione complessiva (delle dodici composizioni ipotizzate solo cinque furono portate a termine), sia nello specifico delle singole poesie, con l’incipit mancante di Ognissanti che drammaticamente si rispecchia nell’impossibilità di concludere Il Natale del 1833, l’«inno in morte della moglie» Enrichetta Blondel che Manzoni considerava come esorbitante e insieme necessario al piano dell’opera. Come ricorda Frare nella sua introduzione, l’idea degli Inni Sacri matura nella mente di Manzoni sul crinale tra il 1809 (quando conUrania si chiude la sua stagione classicista) e il 1812, che è l’anno in cui La Risurrezione scalza la laboriosa stesura della cosiddetta Vaccina, il poemetto di argomento lombardo che avrebbe dovuto rappresentare un primo passo nella direzione di una letteratura più aderente alla realtà. L’intuizione di una poesia di dichiarato impianto liturgico corrisponde, secondo Frare, alla scoperta di quell’«interessante » che d’ora in poi guiderà tutta l’avventura manzoniana. Sono gli esiti di un ritorno al cattolicesimo (dizione qui giustamente preferita a quella più convenzionale di “conversione”) che non si limita agli Inni Sacri propriamente intesi, ma si riverbera nelle Odi Civili e non è estranea neppure all’impianto delle tragedie. Le corrispondenze, puntualmente registrate da Frare, sono numerosissime. Una tra le più rivelatrici e suggestive è senza dubbio quella che lega il cecidere manus posto in calce ai «frammenti» del Natale del 1833 al ca- dere della «stanca man» nel Cinque Maggio. Ma in effetti tutta la poesia in morte di Napoleone è intessuta di riferimenti teologici, specie per quanto riguarda l’alternanza lessicale tra caduta e risurrezione, che Frare invita a interpretare non in termini di contrapposizione schematica ma, in modo più vitale e sottile, di correctio, ossia di reciproca integrazione e di intimo disvelamento.

È questa, probabilmente, l’acquisizione più significativa di un commento ricchissimo di spunti e capace di restituire a Manzoni non solo la sua grandezza di poeta, ma anche la sua preveggenza di pensatore cristiano. La «pioggia» del sangue di Cristo che nella Passione diventa «mite lavacro» per il popolo di Israele è, fra le tante, un’immagine la cui potenza teologica sbaraglia ogni tentazione di antisemitismo, ristabilendo la dimensione universale della chiamata alla redenzione. Allo stesso modo, la scelta di celebrare la vergine per il tramite di una ricorrenza liturgica minore quale Il nome di Maria conduce a una straordinaria meditazione sulla portata salvifica insita in ogni processo di nominazione. Trovare le parole per restituire la realtà a sé stessa, in fondo, è il compito della poesia. Ed è quello che la rende «interessante».

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