Scienza. Da Boccaccio alle mummie, ecco le malattie dei grandi del passato


Silvia Camisasca mercoledì 21 giugno 2017
Da Giovanni Boccaccio a Federico di Montefeltro, paleopatologi, filologi e archivisti si alleano per chiarire quadri clinici e cause della morte. Un convegno a Cesena con l’esperto Galassi
Da Boccaccio alle mummie, ecco le malattie dei grandi del passato

Giovedì 22 giugno la Biblioteca Malatestiana di Cesena vedrà riuniti i più autorevoli esperti di bioarcheologia e paleopatologia, discipline inerenti lo studio delle cause e sviluppi delle malattie e delle condizioni di vita dell’antichità, per la presentazione di Francesco Galassi, paleopatologo romagnolo dell’Università di Zurigo, inserito dalla rivista Forbes nella lista dei trenta scienziati under 30 più influenti in Europa, dei risultati delle ricerche di un team interdisciplinare di medici, scienziati, storici, filologi, nonché sociologi per “L’ultima novella di Boccaccio. L’enigma della morte, un viaggio tra poesia e medicina”.

Della necessità di un metodo di ricerca multiplanare ne sono prova le prime accurate indagini medico-filologiche – cui poi è seguita la ricostruzione del decorso clinico del poeta – della documentazione originale, in particolare delle lettere di Boccaccio: significative risultano quelle indirizzate (1372 e 1374) agli amici Mainardo Cavalcanti e Francesco da Brossano, proprio perché “concordi” con una serie di raffigurazioni medievali, dalle quali emerge come il poeta, afflitto da una grave obesità, stesse già da diversi anni attraversando un severo decadimento fisico caratterizzato da un progressivo instaurarsi di un quadro di edema, verosimilmente causato da insufficienze epatica e cardiaca.

Di quanto fossero minate l’immagine e la salute, non solo fisica, del poeta – «Semper vita fuit fere simillima morti» (“la mia vita è stata sempre estremamente simile alla morte”) arriva a scrivere nell’epistola al Cavalcanti – si hanno conferme anche in fonti esterne, quali l’affresco del palazzo dell’Arte dei Giudici e dei Notai a Firenze, in cui è volutamente rimarcato il profondo grado di emaciazione. «L’accuratezza delle descrizioni, che si tratti di una novella del Decameron o di corrispondenza privata, è strabiliante: a maggior ragione, se si considera che Boccaccio nutriva scarsa fiducia nei riguardi dei medici del tempo» osserva Galassi.Già lo scorso anno il caso Boccaccio era stato oggetto di una raffinata analisi da parte dello stesso team, poiché nel Decameron compare la prima descrizione nella storia di una morte cardiaca improvvisa: i risultati, complementari ai primi, annunciati ora a Cesena, andranno a implementare la metodologia storico-clinica tipica della paleopatografia. Certo la suspence che aleggia attorno a un malato eccellente desta maggior curiosità, ma questo caso non rappresenta un unicum nel permettere una perfetta correlazione fra dati archivistici e informazioni biomediche.

Galassi sottoporrà, infatti, anche il caso di Federico da Montefeltro, sulla cui malattia reumatologica ha collaborato con l’equipe di paleopatologia del dipartimento oncologico dell’Università di Pisa.Lo studio dei pochi resti del duca di Urbino risparmiati dall’elevata umidità della tomba nella chiesa di San Bernardino, ha permesso di individuare nel piede destro una lesione tipica della gotta. «L’aspetto rilevante è che questa osservazione è stata confermata, divenendo evidenza scientifica, dall’esame radiologico completo (ovvero analisi a raggi x convenzionali, TAC, tomografia assiale computerizzata, ndr) condotto con le più avanzate metodologie diagnostiche oggi in uso – sottolinea Galassi – per la prima volta applicato a resti umani antichi». Se questo poteva bastare a confermare la diagnosi di gotta, la prova è giunta da una lettera manoscritta, ritrovata nell’Archivio di Stato di Firenze, inviata dal duca al proprio medico privato Battiferro Battiferri da Mercatello, nella quale lamenta acutissimi dolori al piede destro, addebitandoli egli stesso alla gotta. «Il tutto suggerisce – anticipa Galassi – che non è possibile prescindere dalla combinazione dei dati storiografico-archivistici con le evidenza primarie derivanti dallo studio osteologico».Si tratta di un approccio alla ricerca rivoluzionario perché non si limita a investigare i segni lasciati dalle malattie sui resti mortali, ma anche a ricostruire la sintomatologia del paziente nell’antichità. «Documenti, missive, confessioni, fonti iconografiche contengono quel patrimonio di sintomi paragonabile, ai giorni nostri, all’ascolto del paziente da parte del medico» conclude Galassi.

Non a caso al congresso mondiale di paleopatologia, tenutosi lo scorso aprile a New Orleans, lo studio su Federico da Montefeltro è stato riconosciuto come esempio da manuale di perfetta integrazione tra storia e medicina.Un terzo filone di indagine ha coinvolto, invece, mummie antiche, come quella dell’alto dignitario egizio Usai, sottoposta a esame radiologico, e recenti, come quella naturale di un parroco settecentesco della provincia di Rimini: qui, i segni di paralisi lasciati da un ictus sono stati evidenziati grazie alla coincidenza con le descrizioni della malattia e dei postumi invalidanti recuperati nella documentazione dell’archivio parrocchiale.

Sono emersi dati fondamentali per fissare alcune certezze scientifiche riguardo alle malattie cardiovascolari, in primis l’aterosclerosi, considerate sino a qualche tempo fa malattie dell’età moderna, frutto dei mutati stili di vita e alimentari: «Nonostante fossero già state avanzate ipotesi in senso contrario, solo l’analisi sulle mummie ha mostrato quanto diffuse fossero queste patologie in tempi antichi» commenta lo studioso. Gli esempi famosi non vanno letti tanto come possibilità di acclarare misteri storici, ma piuttosto interpretati come i soli, in quanto abbondantemente documentati a livello archivistico e biologico, in grado di restituire informazioni sull’evoluzione delle malattie nel corso della storia, altrimenti ricostruibile solo tramite resti umani su cui siano rintracciabili i segni lasciati dalla patologia. Questo però non consentirebbe comunque di risalire alla sintomatologia, componente essenziale della paleopatologia «grazie alla quale una leggenda del tutto priva di fondamento, secondo cui Federico da Montefeltro, mancante del ponte osseo nasale, si sarebbe fatto rimuovere chirurgicamente il setto per poter vedere meglio dal lato in cui aveva perso l’occhio, è stata sfatata». Sono stati avvalorati così i documenti che testimoniavano la lesione al naso provocata durante una gara equestre a causa di una bravata del duca stesso, che – sollevandosi la visiera dell’elmo – fu trafitto da una lancia.

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