martedì 29 novembre 2011
«Ognuno ha diritto alla vita e a preservare la sua integrità fisica». «Non fate mai torto agli stranieri». E ancora: «Le donne, oltre alle occupazioni quotidiane, devono essere associate a tutti i nostri governi». Sono solo alcuni degli articoli di una Dichiarazione dei diritti umani ante litteram, quasi coeva della ben più nota Magna Charta (la prima versione è del 1222), ma promulgata nientemeno che nel cuore dell’Africa nera, in una vasta regione che per secoli fu una fucina di avanzate civiltà. La carta di Kurukan Fuga, voluta dal regnante illuminato Soundiata Keita, divenne la Costituzione dell’impero del Mali, che a metà del XIII secolo includeva gli attuali Mauritania, Senegal, Guinea, Mali, Niger, Costa d’Avorio e Burkina Faso. Una civiltà che raccoglieva l’eredità del precedente impero del Ghana, sorto a sua volta dalle ceneri del regno del Wagadou, nato nel IV secolo. Epoche d’oro che fecero fiorire e custodirono un patrimonio culturale e civile sorprendente, come racconta il giornalista e scrittore ivoriano Serge Bilé nel suo Quando i neri fanno la storia. Fulgore e decadenza del Medioevo africano (Emi, pp. 126, euro 11). «Soprattutto nell’Africa occidentale, il Medioevo fu un periodo fasto – premette Bilé –, segnato da un fermento culturale, uno sviluppo economico e una stabilità politica rappresentati da tre grandi imperi, quello del Ghana, del Mali e del Songhai, che uguagliavano in potenza i vicini, benché lontani, regni arabi ed europei, con i quali intrattenevano rapporti continui». Uno degli aspetti più interessanti del testo è proprio quello di evidenziare, attraverso le cronache degli storici e viaggiatori dell’epoca, i continui scambi e confronti tra questa civiltà "nera" e il resto del mondo. «Ibn Khaldun – scrive l’autore – fa notare che, quando il Maghreb fu conquistato dai musulmani, cioè nell’VIII secolo, i mercanti arabi che arrivarono "nella parte occidentale del Paese dei neri non trovarono nessun re più potente di quello del Ghana", e che la capitale, Kumbi Saleh, costitutiva "una delle città più grandi del mondo e una delle più popolate"». Tra i cinquantuno quartieri della capitale (dei fabbri e degli orefici, dei tintori e dei muratori, dei sarti e degli allevatori) c’era anche quello chiamato "dei bianchi", che comprendeva dodici moschee con imam, lettori del Corano e «numerosi pozzi d’acqua dolce». Questa attenzione ai mercanti musulmani, benvenuti in quanto portatori di prosperità economica, si evince tra l’altro dal fatto che essi fossero dispensati dal prostrarsi davanti al Kaya Maga, l’imperatore. In cambio dell’ambìto oro del Ghana, i commercianti stranieri portavano spezie e tessuti, sale e (segno che i regni africani non si sottraevano certo alla logica di dominazione e conquista diffusa nel resto del mondo) carichi di schiavi.Di pelle nera, ma anche bianca: berberi e, in seguito, turchi e arabi… La già citata carta di Kurukan Fuga, tuttavia, recitava all’articolo 20: «Non maltrattate gli schiavi, concedete loro un giorno di riposo a settimana e fate in modo che smettano di lavorare in orari ragionevoli». Un settore in cui i regni del Medioevo africano seppero dimostrare eccellenza fu (sorprendentemente, almeno se si sta a una certa immagine da "cuore di tenebra" diffusa in Europa da autori come Voltaire) quello dell’istruzione universitaria. Nell’impero del Mali, sottolinea Bilé «la scuola era obbligatoria dall’età di sette anni e proseguiva fino alle facoltà di Djenné o di Timbuctu, in cui il livello di insegnamento non aveva nulla da invidiare alle omologhe di Cordoba, Damasco, Granada o del Cairo». Lì gli studenti, che erano un terzo della popolazione di Timbuctu, imparavano diritto e teologia, astrologia e astronomia, storia, geografia, retorica e logica, accedendo non solo alle fonti delle culture africane, ma anche alle scienze greche e ai testi arabi. L’esploratore arabo Leone l’Africano, che visitò la regione all’inizio del 1500, raccontava che a Timbuctu «si traggono più guadagni dalla vendita di libri manoscritti che da tutto il resto delle merci». Il lavoro di Bilé, che pur costituendo un rapido compendio ha il pregio di affrontare un’epoca storica poco nota con taglio divulgativo, accompagna il lettore fino al declino dell’impero del Songhai, che aveva annesso al suo gigantesco territorio anche gli attuali Nigeria, Sahara algerino e Benin. Alla fine del 1500, dopo un conflitto civile di successione che ne aveva determinato l’indebolimento, il regno divenne preda del sultano del Marocco: il fulgore del Medioevo nero si spense così dopo aver brillato per cinque secoli. Alla storia della civiltà umana, però, aveva regalato per sempre alcune perle di progresso di inestimabile valore. Non poche delle quali potrebbero essere rispolverate oggi, come la formula che accoglieva gli immigrati nel regno del Mali: «Vieni da casa tua, arrivi a casa tua».
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