martedì 13 marzo 2018
Il popolare giornalista napoletano è morto all'età di 83 anni. Icona di un pallone d'altri tempi, raccontò gli scudetti di Maradona e nel 1981 subì anche un attentato di camorra.
Addio a Luigi Necco, volto storico di 90°minuto

Salutava con la mano aperta, come Ruggero Orlando. Impossibile dimenticarlo, con quel presepe vivente attorno durante i collegamenti dal San Paolo di Napoli e dal Partenio di Avellino per 90° Minuto. «Eravamo pupazzoni, ma quanto ci siamo divertiti...», amava ripetere anni dopo. Quando né lui né gli altri di quel gruppo storico di giornalisti-attori erano più icone dell’unico calcio possibile, ma macchiette che facevano sorridere e si facevano rimpiangere.

Anche Luigi Necco se ne è andato ieri a 83 anni, quasi ultimo di una classe di primi. Figli di Paolo Valenti e di quel pallone ruspante che razzolava come predicava. Non benissimo forse, perchè te lo raccontavano a modo loro. E spesso la partita riassunta così un po’ te la ridevi, ma non la capivi affatto. Bene però, perchè che importanza ha? Era un calcio comunque più sereno. Luigi Necco come Tonino Carino da Ascoli, Marcello Giannini da Firenze, Cesare Castellotti da Torino, Giorgio Bubba da Genova e Ferruccio Gard da Verona. Alcuni di loro ci sono ancora e lottano insieme a noi: giacche improbabili, accenti imperfetti. Parlavano anche di Serie B, ma erano uomini da Champions, professionisti anche fuori campo. Necco non è rimasto appeso alla moviola: è stato archeologo e assessore.

Un un giorno venne gambizzato all’uscita di un ristorante a Mercogliano, una storia di camorra e non di pallone, o forse un poco sì. Come possibile mandante fu sospettato Antonio Sibilia, il patron dell’Avellino che aveva portato una medaglia d’oro a Cutolo; ma Sibilia, scomparso nel 2014, fu assolto nei tre gradi di giudizio. Oggi suo figlio Cosimo fa il presidente della Lega Nazionale Dilettanti. Mai insofferente con i tifosi che lo sommergevano sugli spalti, diffidente con i potenti: con quel faccione da salumiere felice, Necco non era una maschera: era teatro puro. Però documentava, commentava, non si inchinava ai grandi. Nemmeno a Maradona, che infatti preferiva farsi intervistare da Gianni Minà. Furono quelli gli anni del calcio di provincia, di un pallone che, visto oggi, sembra di un un’altra epoca geologica. Facile, ma anche sbagliato, pensare che fosse più bella: il passato è un prato dove giocavano in maniera diversa, tutto qui. Grazie Necco, la linea ora torna a noi.

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